“A Dandelion is a Dandelion” di Kim Jang-sung e Oh Hyun-gyung, Iyagikot Publishing

dandelioncopIl tarassaco, conosciuto anche come dente di leone, è ben noto per il suo soffione. Quella sfera perfetta e soffice, vaporosa di ciuffi bianchi dalla caratteristica forma a paracadute, ai quali resta attaccato il seme nel suo volo, quando il vento, o un soffio umano, li disperde e li lancia verso il loro viaggio.

Scovarne uno in frutto, tra le crepe di un marciapiede cittadino o nei campi, è sempre una gioia. Per i piccini, ma anche per chi, già adulto, non resiste al richiamo magico di un desiderio affidato al volo.
Chinarsi, cogliere, indugiare e poi soffiare, come un piccolo rito benefico che si ripete negli anni, senza che ci si creda davvero ma praticandolo ogni volta con estrema serietà. Tra il ritorno all’infanzia e la poesia di un gesto simbolico che unisce il silenzioso pronunciamento di un sogno personale al necessario, universale e perfetto meccanismo del riprodursi della vita.

Ammetto di essermi accostata all’albo coreano “A Dandelion is a Dandelion”, di Kim Jang-sung e Oh Hyun-gyung, guidata dall’affezione per questo rituale bambino, che ancora mi capita di praticare, e calamitata dalla magistrale lievità di una prima di copertina allo stesso tempo misurata e minuziosa, che è promessa di raffinatezza ed equilibrio.

Il libro è coreano, pubblicato dalla casa editrice Iyagikot Publishing e ha ricevuto la menzione speciale nella categoria Non Fiction del prestigioso premio Bologna Ragazzi Award 2015.

La lingua originale, ovviamente, non aiuta un’occidentale come me, quindi il primo viaggio tra le pagine è stato guidato esclusivamente dal potere ammaliante delle tavole. Una traduzione in inglese, su foglio allegato, ha aiutato poi una successiva rilettura, aggiungendo il senso del testo verbale che permette di indirizzare l’interpretazione verso significati meno immediati e più metaforici.

Il tarassaco è una pianta che cresce spontaneamente; è facile trovarlo, in campagna come in città. Si potrebbe dire infestante, ma io preferisco definirlo caparbio. Una specie che non si arrende ma allo stesso tempo è semplice, umile.
Compare infatti, nelle due facciate cartonate di copertina, all’interno di una tazza, che funge da vaso. E’ un oggetto comune, dal motivo infantile, sbeccato perfino.
Sulla quarta di copertina la piantina si trova sul davanzale della finestra di un pianterreno, si affaccia sommessa da dietro le grate. Intorno un muricciolo, una ringhiera sghemba, la sensazione, per il lettore, che si possa proseguire idealmente lungo la via trovando ancora simile disposizione di case, di strade, di muri.

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La prima è costruita invece su un registro diverso: stessa pianta e stesso vaso ma soli su uno sfondo azzurro cielo. Lo sguardo è attratto dal fiore giallo e dall’alto soffione; i piccoli semi decollano appesi ai loro eterei paracadute. Anche i caratteri tipografici del titolo hanno un andamento mosso come se seguissero il volo.
La dimensione suggerita non è limitata a quella della realtà. E’ vero, l’azzurro richiama il cielo e la sensazione di vento ed aria fresca invadono la figura ma la suggestione procede verso il senso di libertà e possibilità.
“A Dandelion is a Dandelion” recita il titolo e pare sottolineare un’ineluttabilità. Ma nasce il sospetto che dietro la tautologia si affacci la nota della meraviglia: un tarassaco è un tarassaco, una cosa piccola che, forse, ci sorprenderà.

Il filo della narrazione segue la crescita della pianta, dal germoglio allo spuntare e all’allungarsi delle foglie, dalla fioritura all’infruttescenza, fino alla partenza dei semi per la diffusione.

Inizialmente è il bianco a farla da padrone: grandi gli sfondi candidi per doppie facciate sulle quali, via via, il tarassaco spunta e si accresce.
Non viene mostrata una locazione specifica: il fiore che sta nascendo potrebbe essere qualsiasi dei tanti sparsi per il mondo, quello che si sta compiendo è un cammino necessario ed universale. Il testo verbale pare ribadire, con lievità e poesia, che fin dal primo istante del germoglio è la natura che sta facendo il suo corso, second i suoi registri precisi e miracolosi.

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Ed è proprio sulla possibilità e la tenacia di esistere che si soffermano le tavole quando il bianco cede un poco di posto al paesaggio. Acquarelli precisi e aggraziatissimi mostrano il fiore insinuarsi tra le grate di un’aiuola cittadina, in mezzo alle crepe di un muro lungo una via trafficata, tra le tegole d’un vecchio e malandato tetto.

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Solitario o a piccoli gruppi, in due esemplari oppure in tantissimi, a perdita d’occhio in grandi distese assolate, ad accogliere insetti – api, coccinelle, formiche – a farsi terreno goloso per zampette di farfalle.
Sotto un obiettivo che si fa ora vicino a svelare particolari, ora distante ad abbracciare paesaggi, l’umile fiore di tarassaco fa breccia nel cuore del lettore lasciandolo incantato.

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L’albo ha una andamento sia spaziale che temporale. Mentre infatti la lente degli autori si sposta per mostrare i diversi luoghi dove la pianta si può trovare – sottolineandone quindi sia la tenacia sia la bellezza, che è sempre declinata come bellezza della semplicità – allo stesso modo la successione delle tavole e delle scene segue le fasi della crescita

E’ quando passa il momento della fioritura e si prepara a spuntare l’inconsueto e impalpabile frutto che il bianco dello sfondo lascia il posto all’azzurro. Dapprima un tinta tenue che aumenta d’intensità quando il soffione è maturo e il vento ne scompiglia i pappi disperdendoli.

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Il cambio di colore suggella un mutamento che investe il lettore, ne accende i sensi.
E’ un momento d’alta poesia visiva, emozionante, carico di suggestioni, foriero di ricordi d’infanzie più o meno vicine, più o meno reali o dell’anima. Racconta di libertà e di viaggi verso la vita, di sogni, desideri affidati, di necessità antiche e rinnovati miracoli.

Poi il bianco ritorna, sotto forma di nuvole, dapprima, fino alle quali i semi arrivano, e re-invade l’intera ultima doppia tavola, nella quale pochi lievi paracadute scendono verso il terreno dove si depositeranno, a riannodare il cerchio della natura che si perpetua.

I piani di lettura di una albo che è quasi struggente per quanto delicatezza ed intensità si sposano tra le sue pagine, possono essere molteplici.
Bellezza e lirismo, in primo luogo, efficacia nel raccontare l’incanto e la grazia delle creature semplici, la perfezione della natura e dei suoi cicli, la tenacia con cui questa si riappropria di quegli spazi sottrattigli dal cemento e li rianima, riportandovi i colori, il fermento e la vita.

Ai bambini regala poi l’invito ad osservare, a scovare piante e fiori spontanei nei luoghi urbani o godere appieno del rigoglio di un paesaggio campestre. Tra le pagine anche diversi insetti richiamati dai profumi e dalle tinte accese, per insospettati brulichii lungo un marciapiede o incantevoli voli di farfalle su un prato.

Le splendide illustrazioni ad acquarello, d’impeccabile finezza e magistrale equilibrio, si muovono tra il paesaggismo e il disegno naturalistico e compongono assieme alle tinte degli sfondi e alle pochissime righe di testo, un ritmo lirico pacato e armonico ma allo stesso tempo vibrante, coinvolgente ed accogliente.

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