“Oh, Freedom” di Francesco D’Adamo, Giunti

freedomCome è ben noto, in molti paesi degli Stati Uniti d’America, fino alla seconda metà dell’ottocento, era in vigore la schiavitù degli afro-americani. Secondo la qual pratica, allora legale, un padrone, bianco, poteva possedere – e vendere, e comprare – altri uomini, di pelle nera e quindi originari – loro, ma più facilmente i loro antenati – dell’Africa.
Gli schiavi venivano solitamente considerati ad un gradino evolutivo appena più elevato del bestiame, erano costretti a lavorare nei campi, nelle piantagioni, nelle case private, ad occuparsi dei compiti più umili e faticosi, senza che a ciò corrispondesse un compenso ma, spesso, condizioni di vita povere, disagiate e inumane.

Questa è storia e più o meno tutti ne sono a conoscenza. Ciò che forse molti non sanno – e che il bellissimo romanzo di Francesco D’Adamo, “Oh, Freedom!”, pubblicato da Giunti, porta all’attenzione anche dei più giovani con una storia intensa e appassionante, narrata con partecipazione e sensibilità – è che a partire dalla prima metà dello stesso secolo cominciò ad essere percorsa, dagli schiavi in cerca di libertà, la Underground Railroad.

La Underground Railroad era una rete viaria di itinerari segreti, corredata di rifugi, alcuni naturali, altri messi a disposizione da cittadini americani contrari alla schiavitù, che conduceva dal sud della nazione, dove maggiormente era in vigore la pratica schiavista, agli stati abolizionisti del nord, fino in Canada.
Le notizie per supportare i fuggiaschi erano date tramite il grapevine telegraph – il telegrafo delle chiacchiere – che era un complesso e fantasioso sistema di comunicazione basato su canzoni, versi e quant’altro potesse essere utilizzato per fornire informazioni senza attirare l’attenzione dei bianchi.
Figure chiave delle fughe erano le Guide, i condottieri, coloro che si recavano presso le piantagioni per raccogliere i fratelli desiderosi di salvezza e li guidavano attraverso la vastità dell’America per portarli fino a quella che veniva definita una sorta di Canaan, una Terra Promessa.

Nel romanzo di D’Adamo si narra esattamente di una di queste ardite traversate, dall’Alabama all’Illinois, ad opera di due famiglie guidate dalla figura leggendaria di Peg Leg Joe – Joe Gamba di Legno – uno dei personaggi guida dell’epoca di cui si tramandano la memoria e le gesta.

Peg Leg Joe è considerato l’autore della canzone popolare cantata dagli schiavi nei campi “Follow the Drinkin’ Gourd” – “segui il mestolino”, dove il mestolino rappresenta la stella polare.
Il canto, considerato innocuo passatempo da negri dai padroni e quindi non degnato di alcuna considerazione, era in realtà una mappa cifrata per descrivere la via che conduceva fino in Canada, lungo le sponde dei fiumi Tennessee e Ohio e contenente le indicazioni per orientarsi ai vari bivi del percorso.

E’ assolutamente affascinante l’idea dell’esistenza, reale, di una tale via verso la libertà. Una strada perigliosa e impervia, sulla quale si poteva viaggiare solo di notte, braccati dagli scagnozzi dei padroni che non avrebbero esitato, nel caso trovati i ribelli, a sparare o a punire cruentemente.
Ma anche un percorso di solidarietà, scandito dalle Stazioni, luoghi sicuri dove gli schiavi potevano riposare, asciugarsi, magari mangiare qualcosa, a volte accolti da gente ben disposta verso di loro, come ad esempio i quaccheri, i quali erano abolizionisti per motivi religiosi, altre volte semplicemente ignorati, là dove il non vedere – e non denunciare – era comunque una forma d’aiuto e di complicità.

E ancora, è suggestivo il pensiero delle canzoni usate come telegrafo, come notiziario, come mappe, come inviti alla fuga. Cosa meglio della musica per invogliare a seguire la strada per la libertà?
Chi avrebbe dato peso o importanza ad un nero solitario sotto un albero a strimpellare il suo banjo o alle parole strascicate provenienti da schiene di schiavi curve sui campi di cotone?

Oltre la storia, importante, c’è in questa pagine un messaggio fondamentale di speranza: come la musica e il canto non possono essere ingabbiati così anche la dignità dell’uomo che, anche nelle condizioni più atroci e inumane, ha sempre trovato la via verso il sogno e il coraggio per inseguirlo.

Il piccolo Tommy non immagina nemmeno quello che sta per accadergli quando, una sera, vede spuntare un uomo che avanza sul sentiero zoppicando. Quel tale mette perfino un po’ paura ma pare conoscere tante cose – perfino dove sono seppellite le punte dei fulmini – e chiede di essere condotto al villaggio degli schiavi.
Dopo, tutto diventa elettrizzante, dallo strano strumento a forma di zucca che il tipo – Peg Leg Joe, dice di chiamarsi – strimpella con maestria, alla canzone le cui strofe viene raccomandato a Tommy di imparare a memoria, dalla fuga notturna con un fagotto e poco più insieme ai genitori, alle sorelle, ad un’altra coppia e al misterioso straniero, alla promesse di una terra dove si è liberi e i campi sono infiniti.

Ma la strada è dura, non c’è tempo per riposarsi, bisogna avanzare nell’acqua e nei boschi, nelle paludi, nel fango, ogni notte, che ci sia o meno la luna a rischiarare.
Il nemico sta alle costole con i cani e i fucili, i rifugi spesso sono poco accoglienti e a volte non ci sono nemmeno, le scarpe si rompono, i vestiti si stracciano, il conto del tempo si perde, la Terra Promessa pare non arrivare mai.
I colpi di scena non mancano, i momenti topici in cui tutto pare precipitare e, subito dopo, quelli benefici di sollievo nei quali c’è anche spazio per qualche sorriso dietro pagine più leggere.

Tommy è sveglio e coraggioso, come lo sono anche i suoi genitori, gente semplice ma di gran cuore, e ancor più le Guide, schiavi oramai liberi che non indugiano nel mettere altre volte a repentaglio le proprie vite per non lasciare indietro nessuno.

E così, dietro allo sguardo ingenuo e meravigliato del giovanissimo protagonista che via via si fa uomo e sceglie la sua strada, – decide di imparare addirittura a leggere e scrivere per poter conoscere il mondo e non lasciarsi mai più abbindolare da chi ha il potere – scorre l’America di quegli anni, lievemente ma impressivamente.
Comprendiamo che lo schiavo nero è considerato una bestia, una proprietà privata e con il terrore e l’ignoranza viene tenuto in scacco, che parimenti simile sorte è destinata ai nativi, gli indiani, che dopo essere stati sterminati non hanno altra possibilità che rinchiudersi nelle riserve.

D’altro canto però – per fortuna! – veniamo anche a conoscenza di tutti coloro che lottarono per sovvertire il sistema, come Harriet Tubman, chiamata anche “il Mosè della gente nera”, una schiava fuggita e poi diventata un’attivista per i diritti degli afro-americani, che fece diciannove viaggi attraverso il continente per salvare circa trecento compagni dalla schiavitù. Sottolineato nel testo il fatto che sia una donna, in un tempo dove le donne dovevano solo ubbidire, e le donne nere…ubbidire al quadrato!

Il racconto narrato dalla penna fluida ed efficace di D’Adamo è davvero emozionante, vibrante, coinvolgente. Bravissimo l’autore ad entrare nello spirito del tempo e dei suoi personaggi per restituirli al lettore autentici, forti pur nella loro semplicità d’animo, grandi nella dignità, nella generosità e coraggio.

Quanto facile, pur nelle angherie, è chinare la testa piuttosto che ribellarsi. Per fortuna ci sono state tante persone che hanno avuto l’ardire di scegliere di lottare per la propria e altrui libertà e scrittori che, come ci narra lo stesso nella postfazione, hanno scelto di dedicare il loro talento per narrare sogni e conquiste ai ragazzi.
Che è un modo per raccontare il passato, dar valore al presente e investire sul futuro.

(età consigliata: da 11 anni)

Se il libro ti piace, compralo qui: Oh, freedom!

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