“Diario assolutamente sincero di un indiano part-time” di Sherman Alexie, Rizzoli

diariosinceroindianoGià edito in Italia nel 2008 – un anno dopo la sua uscita negli Stati Uniti – il romanzo cult di Sherman Alexie è stato da poco ripubblicato da Rizzoli in una nuova veste che, fin dalla copertina, anticipa il carattere scoppiettante, vivace e gustosissimo dell’opera.

Sì perché come dichiara Markus Zusak nella prefazione, è impossibile addentrarsi nelle pagine del libro – nelle quali il testo si alterna con le divertenti illustrazioni e vignette di Ellen Forney – senza sperimentare la vasta gamma delle possibili tipologie di risate, da quelle esilaranti dettate dal puro spasso a quelle, più amare e rabbiose, che rispondono alla triste comicità insita in situazioni difficili e ingiuste.

Saper raccontare – e sapersi raccontare – profondamente ma con ironia, avere uno sguardo lucido ma scanzonato, sono doni preziosi dei quali sicuramente abbonda Alexie, che ha voluto dare una veste originale e irresistibile a quella che di fatto è la sua autobiografia.
Mescolando realtà ed invenzione, l’autore – che come il protagonista inventato del suo romanzo è nato nella riserva indiana di Spokane, nello stato di Washington – narra un’adolescenza complessa, per molti versi dolorosa, vissuta in bilico tra ciò che storia, sistema e cultura avrebbero scelto per lui e ciò che invece egli stesso ha deciso di conquistare, con fatica e dubbi, tra il seme dell’appartenenza e il richiamo della libertà.
Un racconto di crescita e formazione all’ennesima potenza, un sviluppo personale che ha richiesto il coraggio di cambiare senza rinnegare, di scegliere senza perdere, di comprendere senza accettare.

Arnold Spirit Junior è uno Spokane di nascita, appartiene cioè ad una delle tribù che compongono la minoranza decimata ed umiliata dei nativi americani. Vive con la sua famiglia in una riserva, circondato da altri nuclei come il suo, quasi tutti poveri e falciati dalla piaga dell’alcolismo.
D’altra parte secoli di storia non possono scorrere come fossero acqua e se i bianchi hanno sempre trattato i cosiddetti pellerossa da esseri inferiori, uccidendoli e schiavizzandoli, prima, e tenendoli separati, poi, relegati al ruolo di dispensatori di folklore, questi non possono certo aver sviluppato risorse tali da portare ad un accrescimento delle proprie forze economiche e culturali.

Nascere indiano vuol quindi dire avere la strada segnata: amicizie indiane, studi in scuole per indiani, lavori da indiani e, probabilmente, la bottiglia in fondo al tunnel e qualche morte incidentale causata da alcool per terminare il percorso.

Junior, poi, è di partenza un emarginato perfino nel suo gruppo sociale. E’ nato con un problema neurologico che gli ha portato qualche grana di salute e un aspetto sbilenco; è però estremamente intelligente, dotato negli studi e nel disegno. Ama infatti affidare i suoi pensieri e i suoi stati d’animo a vignette umoristiche, argute e divertenti. E’ dotato di grande autoironia ma anche di sensibilità, è sincero e autentico, fragile in apparenza ma forte e risoluto all’evidenza dei fatti.

Ha il sostegno di una famiglia affettuosa, pur se umile e semplice e provata dalle difficoltà di ogni giorno, e un solo amico, Stizza, che, al suo opposto, è un tipo duro, robusto nell’aspetto, dall’atteggiamento violento, facile a menar le mani e non certo incline alle sottigliezze (Paga il pegno, come si comprende esser la norma, di un padre manesco che sfoga su di lui tutte le frustrazioni e le conseguenze della dipendenza da alcool)

Quello di Arnold Spirit J. è un racconto in prima persona, spassosissimo ma allo stesso tempo tagliente, disvelatore arguto di verità tristi e scomode ma anche portatore di speranza, capace di esaltare con naturalezza e senza forzature, le capacità umane di autoaffermazione e scelta della propria strada.

Junior infatti non ci sta a soccombere alle logiche segnate della sua vita e, contro il parere di tutti, inimicandosi molti, in primo luogo il suo migliore amico, decide di iscriversi ad una scuola al di fuori della riserva.
Un grande atto di coraggio; in primo luogo emotivo perché il confronto con un’intera scolaresca di bianchi benestanti per un povero indiano dall’aspetto gracile e minuto, facile preda di bulli e razzisti, non è certo impresa semplice. Ma anche d’impegno fisico e di costanza, perché per il ragazzo i mezzi economici sono pochi e l’istituto scolastico lontano, da raggiungere spesso a piedi camminando per chilometri o raccattando passaggi qua e là senza mai certezze.

Ma la storia narrata nel romanzo – che poi è simile a quella reale dell’autore – premia pienamente gli sforzi portati avanti con perseveranza (e in questo aspetto rispetta il cliché dell’ideologia americana, quella del futuro aperto a tutti coloro che si rimboccano le maniche e del successo coronato dall’impegno più che dalle appartenenze).
Junior riuscirà ad inserirsi nel nuovo contesto, ad affermarsi nello studio e negli sport, a farsi nuovi amici, perfino tra i ragazzi più popolari. Il tutto senza perdere il legame con le sue radici, senza chiudersi alla sua storia, al passato, senza abbracciare nuovi totem al posto di quelli vecchi. Mantenendo invece uno sguardo lucido e critico su entrambe le realtà, senza smarrire la forza dei suoi affetti, dovendo spesso accettare di sentirsi lacerato e vivere anche la lacerazione come un’esperienza di crescita.

Senza traccia di supereroismo, tenendo anzi costantemente quella sembianza di antieroe impacciato che lo rende simpatico, il personaggio creato da Alexie per raccontare se stesso, è una schiappa che ce la fa e che commuove il lettore per la tenacia delle sue risorse, delle quali è chiaro sia lo sforzo che la naturalità, perché essere dotati in un ambiente ostile richiede una fatica costante per non soccombere.

Infondo per Junior si tratta di arrampicarsi lungo un percorso di crescita potenziato: fuori dal guscio dall’infanzia e fuori dalle sbarre della riserva, entrambi luoghi di partenza da cui muovere, entrambi da non rinnegare, entrambi da lasciare in parte dentro sé perché non si diventa mai abbastanza grandi da dimenticare l’infanzia e non si diventa mai abbastanza cittadini del mondo da perdere, almeno emotivamente, le proprie origini.
Questa affezione, questo legame mantenuto con la propria gente pur dopo la scelta di realizzarsi altrove, arriva spesso al lettore sotto forma di moto di dolore e rabbia. Di consapevolezza che quasi sempre realtà di degrado e di decadenza sono causate da un passato che, pezzo dopo pezzo, ha tolto alla gente la possibilità e la speranza e chi viene giudicato è la vittima, non il colpevole.

E’ davvero pregevole come Alexie sia riuscito a costruire un registro narrativo così ricco di sfumature e profondità eppure così gustoso, comico, irresistibile. Una prosa agile, frizzante e fresca in grado di coinvolgere appieno, mantenendosi esilarante e a tratti commovente senza mai perdere spontaneità.

Una lettura, insomma, da fare d’un fiato ma da lasciar decantare poi, certi che i personaggi incontrati e le emozioni suscitate non si lasceranno dimenticare in fretta e germoglieranno adeguatamente e proficuamente anche per i giovani lettori lontani dai contesti raccontati.

(età consigliata: da 12 anni)

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