“Un libro per Hanna” di Mirjam Pressler, Il Castoro

unlibrohannacop“Un libro per Hanna” racconta una storia vera, una storia vissuta. Che sia vera, che sia vissuta, trapela da ogni pagina, da ciascuna singola riga, dalla precisione e dall’accuratezza di una narrazione lenta ma vibrante, precisa ma inesorabile.
Un romanzo non facile – se facile deve essere sinonimo di rapido o accattivante – lento, consistente, che punta il suo essere coinvolgente non sulla forma ma sul contenuto, non perché lo stile non sia alto ma bensì per il suo mantenersi sobrio, asciutto e lindo, pacato e minuzioso.

Al solito, parlare ai ragazzi di temi forti della storia è, come più volte ho ribadito su queste pagine, di fondamentale importanza.
Le testimonianze storiche più dolorose (qui i lager nazisti e le vicende degli ebrei tedeschi), soprattutto quando vere, realistiche o comunque ben documentate, non sono semplice – e comunque fondamentale – cultura, sono qualcosa in più. Sono la speranza che le follie dell’uomo possano non ripetersi, sono i piccoli semi del mai più, sono le fondamenta su cui costruire un domani migliore.
Un intento che con i libri di scuola è più difficile da raggiungere perché la freddezza di una cronaca non potrà mai competere con il pathos di una narrazione personale, identificarsi con un protagonista non sarà mai possibile con un testo generico.
Leggere un romanzo, quando è ben fatto, equivale ad accompagnare i personaggi nelle loro vicende, farsi carico dei loro vissuti, emozionarsi, empatizzare, vivere o ri-vivere.

Ed è indubbio che “Un libro per Hanna”, scritto da Mirjam Pressler e pubblicato in Italia da Il Castoro, permetta tutto ciò, grazie, parallelamente, alla sensibilità dell’autrice, ad un’ottima caratterizzazione dei personaggi e ad un lavoro di ricostruzione storica che si evince capillare e poderoso.

Un romanzo che non è fatto per stupire con toni accesi e rumori di sottofondo. E’ fatto per toccare, per raccontare; è la storia che si svolge, che prende tutto il campo, che traccia i profili dell’orrore e, attraverso esso, apre squarci di amicizia, amore, solidarietà.
Si entra con il cuore e con l’anima nella vita di Hanna e delle sue compagne, si seguono i loro viaggi – che poi altro non sono che esilii – le loro partenze imposte nella speranza di una salvezza che non per tutte arriva.
Ci si accora dietro le loro paure, si svuota l’anima appresso alla violenza, alla ruberia della vita, che subiscono.
E si ripercorrono i passi di una Storia che non finirà mai di stupire per quanto è vicina e assieme terribile, per quanto è assurda e allo stesso tempo ancora minacciosa.

Hannelore ha solo quattordici anni e vive a Lipsia con la sola madre. E’ ebrea. Il padre è morto quando era ancora bambina e l’unica sorella emigrata in Palestina con un’organizzazione sionista.
Siamo nel 1939, i nazisti hanno già messo in atto una serie di provvedimenti volti ad escludere gli ebrei dalla vita pubblica. Non solo: essi non possono più iscriversi alle scuole pubbliche né usare i trasporti, non è permesso loro esercitare professioni, devono farsi riconoscere e la famigerata Notte dei Cristalli ha sancito che l’odio razziale è oramai dogma di stato.
La ragazzina, che sogna come la sorella di raggiungere Ertez Israel, la terra promessa, si prepara con un gruppo di compagne alla formazione agraria necessaria per la fondazione del nuovo stato. Ma le emigrazioni, per via anche del conflitto in preparazione, vengono rallentate e, invece del trasferimento in Palestina, lei e altre ragazze vengono dirottare sulla Danimarca.
Qui dovrebbero essere al sicuro, essendosi questa dichiarata nazione neutrale, ma il cambio di vita non è facile.

Hannelore è stata costretta a separarsi dalla madre e da tutta la vita finora conosciuta, a cambiare nome in Hanna, meno riconoscibile come tedesco, a vivere presso famiglie sconosciute, a lavorare sodo.
E ogni volta, quando con grande dedizione e spirito di adattamento, si è abituata ad una nuova realtà, si è affezionata a nuove figure, è costretta dagli eventi della guerra – precipitosi e sempre più minacciosi – a rimettersi in viaggio, a sovvertire ancora le abitudini, a riscostruire i punti di riferimento.
In una grande solitudine emotiva, che fa capo e coda alla paura per gli eventi futuri, Hanna è forzata ad andare avanti. Si percepisce come una pedina manovrata da decisioni non sue, non sapendo cosa l’aspetterà nel domani vicino e lontano.

Timida, chiusa, remissiva, con una punta di deliziosa ingenuità, la ragazza si attacca alle persone generose che incontra, ricrea ogni volta nel suo cuore qualcosa che abbia le sembianze di un nucleo familiare, che abbia il sapore della protezione, della consolazione.
Uniche figure ferme le sue compagne, ragazzine poco più grandi della sua età, costrette come lei ad abbandonare familiari e affetti, vite e prospettive. Una su tutte Mira, più forte delle altre, più coraggiosa, decisa, una sorta di sostegno al quale Hanna e le sue amiche si appoggiano, trovando in lei una presenza che somiglia ad una sorella maggiore, ad una figura materna pratica e responsabile.

Hanna durante gli anni narrati cresce, volente o nolente si avvicina sempre più al farsi donna, o perlomeno una figura indefinita tra l’infanzia e la giovinezza perché non le è permesso fare esperienza della sua crescita, confrontarsi con la vita, indirizzarsi verso un’esistenza.
Non può in Danimarca, costretta a nascondersi e a lavorare, e drammaticamente peggio sarà quando, assieme alle sue compagne, verrà catturata, nella notte dell’azione nazista contro gli ebrei danesi, e portata nel campo di concentramento di Theresienstadt.
Qui conoscerà l’orrore, la privazione di tutto, persino della possibilità di provare rabbia e dolore, qui sarà spersonalizzata, ridotta ad un essere preoccupato solo di riempire lo stomaco, di non morire di malattia, di non essere chiamata per gli inquietanti e ignoti trasporti all’est.
Solo la solidarietà tra le componenti del gruppo permetterà loro di non ridursi alla brutalità, di non svuotarsi completamente, di non lasciarsi morire perché private dell’essenza stessa dell’umanità.

Non è soltanto la ferocia e la violenza fattiva del lager ad essere spaventose, quanto la realtà di essere annullati, di diventare trasparenti  – e non solo per la denutrizione – di vegetare nell’indifferenza e nella consapevolezza di poter essere abbattuti da un momento all’altro.
Ma, nonostante tutto, accade che minimi guizzi di sentimento ancora sussistano, che possa accadere al cuore di battere, alle braccia di proteggere l’amica, alle gambe di camminare per andare da un luogo all’altro del campo come se avesse ancora importanza, alle emozioni inesauribili della vita di infilarsi sotto lo strato di chili e chili di grigio e di paura.
Non sono note di edulcorazione, non c’è nulla di dolce nella storia di Hanna se non la dolcezza che può essere comunque insita nell’uomo, al pari della cattiveria, del fanatismo, della bestialità.

Trovo che il romanzo sia davvero prezioso proprio per la capacità, potentissima, che ha di essere vero.
E non solo nei fatti, anche nella caratterizzazione delle emozioni, degli effetti che esperienze così drammatiche possono avere – hanno avuto! – su chi si è trovato, per volere altrui, a fare da vittima.

Hanna – nessuno spoiler: è già nel prologo al libro – ce la farà a uscirne viva, sarà una sopravvissuta.
Ma viva non vuol dire indenne, viva non vuole dire non ferita nel corpo e nell’anima. Viva non vuol dire in grado di dimenticare.

Un testo, a mio parere, da proporre per la lettura nelle scuole, dalla terza media in poi. Ottimo, nel suo glossario e nel ricco inserto cronologico, anche come strumento didattico.

(età consigliata: dai 14 anni)

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