Io sono Giulia e ne ho il diritto!

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Se si pensa alla ridicola, ma purtroppo estremamente invasiva, polemica intorno ai libri cosiddetti gender (polemica che troppo spesso si è tradotta in veri e propri atti di censura nei confronti di belle e importanti opere per l’infanzia), fa riflettere che questo significativo albo – poetico, intenso, emotivamente vibrante – sia stato pubblicato per la prima volta oltre quarant’ anni fa.

Nel 1975, per la precisione, in Francia e finalmente arrivato in Italia grazie alla casa editrice Settenove, specializzata in libri che si fanno portatori di visioni alternative allo stereotipo di genere, che raccontano storie dove la parola d’ordine è la libertà di essere pienamente sé, senza pregiudizi e imposizioni. (Altri libri della casa editrice Settenove di cui abbiamo parlato, si possono trovare quiqui e qui).

Giulia di questa libertà così importante per la crescita sana di un bambino pare averne poca. Già dalle prima pagine i genitori si mostrano giudicanti nei suo confronti, usano frasi che fanno male, pronunciate con tono accusatorio, come “Ma non puoi far nulla come tutti gli altri?” oppure “Sei insopportabile”, o ancora “Lo fai apposta”.

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Ma quali sono le colpe di Giulia?

Essere vivace, non amare pettinarsi, divertirsi con giochi animati, essere a volte poco composta, non gradire le docce, gli abiti lindi e gli atteggiamenti posati. Caratteristiche che fanno sì che le venga continuamente appioppato un epiteto, ripetuto fino allo sfinimento, come un’accusa: maschio mancato.

Ecco: Giulia per i suoi è un maschiaccio, esprimendo così il rifiuto per i suoi atteggiamenti non corrispondenti all’immagine convenzionale della “brava bambina”.

Ma in tal modo è lei stessa che viene rifiutata. Perché, come asserisce Giulia stessa “Io non sono come tutti gli altri, mamma. Io sono Giulia!”

Accade così che ad un certo punto la bambina si accorge di avere un’ombra che non è la sua: è l’ombra di un bambino, di un maschio. Se lei indossa la gonna l’ombra le restituisce la sagoma di un pantalone, come lei ha i capelli lunghi l’ombra li ha corti e scarmigliati.

L’ombra non piace a Giulia, perché non le corrisponde. E’ quella del “maschiaccio” che le gli altri vedono in lei.

L’ombra non si comporta bene: rompe le bambole quando Giulia gioca con esse, fa cadere i piatti quando Giulia li porta, fa la pipì, rompe i gomitoli del lavoro a maglia…

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Quale delle due, tra l’immagine di Giulia e l’ombra, rappresenta la vera anima della bambina? La verità, probabilmente, è nessuna delle due. Perché se si è etichettati non si può essere liberi di essere sé, di conoscersi, esprimersi, si è troppo impegnati a barcamenarsi tra chi si dovrebbe e chi non si dovrebbe essere, soggetti ad opinioni, aspettative altrui.

Giulia grida all’ombra di andarsene, afferma il suo essere un bambina, ma in quel grido c’è ancora molto di ciò che i genitori vorrebbero da lei, non è ancora un urlo di liberazione, piuttosto di spavento: se l’ombra dovesse restare potranno gli altri volerle bene, potrà essere accettata?

L’ombra diventa il catalizzatore dei suoi sentimenti negativi. E’ colpa dell’ombra se Giulia non può essere mite, composta, ordinata. Giulia non si chiede più chi lei sia perché lo stereotipo – l’ombra – la soffoca, le pone davanti continuamente una senso di sconfitta. La sua presenza pare voler ribadire che non è riuscita a soddisfare chi ama. Chi dovrebbe, però, volerle bene a prescindere, mentre lei non può più fare a meno di credere che “per essere amata dovrebbe essere un’altra”.

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Che dolore. L’albo, tra il testo poetico e profondo e le immagini – con i tratti precisi e quasi taglienti in bianco e nero e i pochi vividi particolari rossi – così impressive, cattura, rapisce, restituisce intense le emozioni della bambina, porta il lettore, adulto o bambino che sia, a respirarle, ad assimilarle.

A tanta sofferenza c’è solo una risposta possibile: la fuga. Così Giulia scappa, vuole nascondersi, annullarsi, ma al parco trova un bambino. Un maschio.

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Un maschio che, a volte, desidera piangere, e che per questo viene etichettato come femminuccia.

Due lati di una stessa medaglia, il bambino e la bambina. Quella medaglia che impedisce di esprimersi e che costringe a rispettare cliché.

Incontrarsi però vuol dire farsi forza, poter finalmente affermare: “Io credo che possiamo essere femmina e maschio, entrambi alla volta se si vuole. Al diavolo le etichette! Ne abbiamo il diritto!”

(Nota per i malpensanti: Giulia e il suo amico non affermano il loro diritto a scegliere o cambiare il sesso biologico, affermano il loro diritto a comportarsi come più aggrada alla loro indole, senza subire il peso dello stereotipo, senza sentirsi riprendere perché un comportamento è consono ai maschi e uno alle femmine, senza essere vittime dello scherno altrui)

Dopo sarà tutto facile? Dubito. Giulia e il suo amico non hanno modificato le opinioni dei genitori o cambiato la società, però hanno fatto un passo importante: hanno cambiato se stessi, sentendosi in diritto di cercarsi, trovarsi ed esprimersi. E questo, si sa, è il primo passo per la felicità.

Un albo da non perdere, da leggere, rileggere e regalare. Consigliato dai sei anni.

“Storia di Giulia che aveva un’ambra da bambino” di Christian Bruel e Anne Bozzellec, Settenove, 2015, 46 p., 17 euro

Se il libro ti piace, compralo qui:
giuliapiccStoria di Giulia, che aveva un’ombra da bambino

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7 pensieri su “Io sono Giulia e ne ho il diritto!

  1. L’ho letto la prima volta senza sapere che risale a 40 anni fa, ma mi ha riportata subito nel clima culturale della mia adolescenza anni ’70: è un complimento questo per il libro, non una accusa! Infatti negli anni ’70 si era mio più avanti di adesso su certe tematiche.

  2. Pingback: Io sono Giulia e ne ho il diritto! | MammeSBT - Le Mamme del Piceno - Il portale per le mamme e i papà del Piceno

  3. non amare la doccia e non pettinarsi non mi sembra una grande idea nè per i maschi nè per le femmine. Un bambino e una bambina comunque può essere libero/a e lo è sia se ama gli abiti lindi sia se non li ama.

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