Signorina attaccabrighe

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E’ una Jane Austen appena quindicenne quella che si cimenta nella scrittura di “Signorina attaccabrighe”, racconto che la casa editrice Donzelli, da sempre dedita a pubblicazioni curate e raffinate, propone in un formato tipico da albo illustrato, corredato dalle eleganti e originali tavole di Andrea Joseph.

La scrittrice è giovanissima ma già matura e riconoscibile nello stile ironico, nello sguardo acuto, divertito e intelligente, nell’umorismo aggraziato ma sicuro.

Sue sono anche le ambientazioni: i salotti nobili e borghesi, le campagne inglesi che circondano le tenute dei ricchi proprietari, i giardini, le dimore di quella gente “dabbene” e danarosa che la Austen ama prendere un po’ in giro, smascherare nei vizi, ma sempre sorridendo, come si trattasse di un gioco da non considerare troppo sul serio.

I personaggi sono caratterizzati da poche pennellate che ben li identificano, regalano loro una precisa personalità. Ecco così che abbiamo la famiglia Johnson – padre, figlia e figlio, tutti e tre amanti del bere e del gioco d’azzardo – nella quale spicca Alice, innamorata del bel Charles Adams, ricco, affascinante e presuntuoso. C’è poi Lady Williams, vedova dall’ottima rendita, ancora piacente, amante della compagnia e disponibile. E Lucy, proveniente dal Galles e da lì fuggita per raggiungere l’uomo del quale è invaghita. E ancora l’irresistibile Charles Adams, che tutte desiderano ma poco incline a concedersi. Fino alle tre sorelle Simponson, tutte signorine, che si dividono i difetti di boria, invidia e sfrenata ambizione.

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La storia, che fa pensare un poco alle pièce teatrali, non è particolarmente articolata e la trama è appena accennata. Ciò che delizia è il tratteggio dei personaggi, i loro gustosi dialoghi, le scene che si dipingono davanti all’occhio del lettore, nelle quali dame e signorotti appaiono nella loro ridicolaggine, nell’esagerazione, nella pomposità di alcuni atteggiamenti, nei vizietti sui quali si chiude un occhio come se si trattasse di bambini (quanto spassoso è il vizio del bere e del gioco d’azzardo se attribuito a una signorina graziosa e di buona famiglia come Alice?), nei sentimenti dichiarati con grandi parole ma poi, di fatto, dimenticati dopo poco. L’effetto è carico ma sempre gradevole, la deformità è buffa ma mai sgraziata.

La sensazione che alla Austen non interessi denunciare, quanto sbeffeggiare, che si diverta anch’ella, al pari dei suoi lettori, provando per i suoi personaggi un misto d’affetto e di irrisione, di simpatia e ironica critica.

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I personaggi parlano con toni enfatici, si contraddicono in maniera lampante e con effetto comico. Come accade a Lady Williams che, quando la sua ospite, la signorina Johnson, è indecisa se seguire o meno le sorelle S a Bath, la sprona ad un decisione così:

“Lucy, ha piena libertà e se intende accettare un così cortese invito, spero non la trattengano motivi di delicatezza nei mie confronti. In verità non so proprio come potrei separarmi da lei; ma Lucy non conosce Bath e suppongo sarebbe un viaggio alquanto piacevole per lei. Parlate mia adorata, cosa ne dite di accompagnare queste signorine? Mi sentirò infelice senza di voi, tuttavia sarà un viaggio assai gradevole e spero accettiate; se lo farete, sono certa che per me sarà la fine, ma vi prego, lasciatevi convincere”

Il lettore non prederà troppo sul serio un simile dialogo, ma allo stesso tempo avrà un’idea, amplificata dalle evidenti contraddizioni, degli atteggiamenti falsi e artefatti dell’ambiente e del tempo, ricevendone una fotografia che, per quanto non realistica, risulterà più significativa di tante descrizioni più fedeli.
E come trascurare la già deliziosa e indubbiamente matura penna della Austen, seppure appena adolescente?

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Un albo questo non necessariamente per ragazzi, ma piacevolissimo anche per chi, già adulto, desidera conoscere un racconto di gioventù di una scrittrice tra le più famose e amate al mondo.
Ad impreziosirlo, oltre alla bella ed elegante veste grafica e il formato grande, anche le raffinate illustrazioni di Andrea Joseph, dai tratti precisini e i toni bruni, seppia e rosati che conferiscono un’aurea retrò. Cammei, ritratti, ricami, buste, rocchetti, oggetti di varia foggia, grandi inquadrature di piccoli dettagli… si tratta di un raccontar per immagini molto originale che, al pari della penna della Austen, amplifica o minimizza, creando paradossi visivi che, parlando sempre la lingua dell’ironia, vanno felicemente a braccetto con quelli della narrazione verbale.

“Signorina attaccabrighe” di Jane Auste, ill. Andrea Joseph, Donzelli, 2016 ,51 pag., 21 euro

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