Wolf. La ragazza che sfidò il destino

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Germania, 1956. Il Terzo Reich ha vinto la seconda guerra mondiale e ora, in un’alleanza con l’impero nipponico, governa gran parte del mondo, dall’Europa all’Africa, fino ai territori dell’Asia.
La razza ariana ha diritto di supremazia su tutte le altre, molte terre sono state spopolate e gli abitanti mandati nei campi di concentramento o di lavoro. Hitler è vivo e vegeto, ha fatto assassinare alcuni dei suoi alleati, tra i quali Mussolini, e ora comanda sul suo immenso regno, sempre vigilato, iper protetto da severissime misure di sicurezza per evitare attentati.

Ecco quella che si definisce un’ucronia, un racconto fantastico nel quale si immagina che gli eventi storici, ad un certo punto, abbiano deviato dal loro corso reale per presentare nuovi scenari.

L’autrice di “Wolf” chiarisce in una interessante post fazione, nella quale illustra anche le basi storiche del suo libro, il motivo della scelta di ambientare il suo romanzo in una realtà mai avvenuta:

“Qualcuno penserà che riflettere su una storia mai accaduta sia un passatempo macabro e inquietante. Dopotutto Hitler non è emerso vittorioso, e gli orrori della Shoah hanno avuto fine. A che serve immaginare un finale diverso? Molte persone sono tentate di pensare che i nazisti e le loro idee sono orrori che appartengono solo al passato. Ma il razzismo e l’antisemitismo sono ancora vivi. (…) Il mondo contenuto in queste pagine rischiava di essere il nostro. Per un certo tempo e in un certo luogo lo è stato davvero, e dobbiamo sforzarsi di non dimenticarlo”

D’altra parte ciò che noi riteniamo impossibile o lontano semplicemente perché non realizzatosi, talvolta è (fortunatamente) irreale grazie a piccole svolte, ad eventi che, nonostante la loro rilevanza, potevano come non potevano essere. Ciò che noi definiamo incubo poteva essere realtà o, peggio, potrebbe in futuro non essere scongiurato, se si abbassa la guardia e non si ricorda.

Il libro di apre con uno dei tanti flashback che intessono la trama, la quale è strutturata su un filo narrativo temporale principale, che racconta la missione della protagonista, e vari rimandi al passato, che invece narrano le vicende che, dall’infanzia, hanno portato l’eroina a essere quel che è.

Yael è bambina quando si avvia il racconto e si trova su uno dei tanti treni della morte che conducono lei, sua madre e una massa di altri poveri condannati ad un campo di concentramento (Aushwitz forse)
La ragazzina non viene scelta per i lavori forzati, né per andare subito incontro alla morte nei forni. Il suo destino è quello di fare da cavia per esperimenti genetici che vengono condotti nel campo, tesi a scoprire la possibilità di trasformare i tratti di altre razze in quelli della ariana.

Cosa accade a Yael dopo le ripetute e dolorosissime iniezioni cui viene sottoposta e che la portano più volte in punto di morte?

Acquisisce la possibilità di trasformarsi, di effettuare le “mute”, come lei le chiama. Perde le sue caratteristiche fisiche e diviene in grado di prendere le sembianze di qualsiasi altra coetanea.

Un elemento fortemente fantastico questo, portato all’interno di un romanzo dall’impronta storica. Ancora l’autrice lo motiva così:

“Questo libro in fin dei conti parla di identità. Non solo del modo in cui vediamo noi stessi ma anche di come consideriamo gli altri. Cosa determina l’identità di una persona? (…) Ho dato a Yael la capacità di trasformarsi per risponder ea queste domande, oltre che per sottolineare l’assurdità del pregiudizio razziale. Introducendo nella storia questo elemento surreale, speravo di sospingere il lettore al di fuori del contesto che gli è familiare di farlo entrare nelle tante pelli di Yael, e così facendo di indurlo a riflettere su ciò di cui l’umanità è capace. Nel bene e nel male”

Yael non è privata solo della sua famiglia, dei suoi cari, della vita, del futuro, ma anche dell’identità, della possibilità di essere sé, di mostrare sé e di divenire sé. Come tutte le vittime di quella terribile guerra, sia i morti che i sopravvissuti.

Torniamo alla trama. Quando ritroviamo la protagonista, ha diciassette anni e fa parte della Resistenza, il movimento clandestino che cerca di rovesciare il regime. In virtù delle sue capacità è stata scelta per una missione di somma importanza: dovrà uccidere Hitler. Ma date le alte misure di sicurezza che lo proteggono, per portare a termine il compito c’è solo un modo. Yael dovrà prendere parte al Tour dell’Asse, una competizione motociclistica annuale che parte dalla Germania per arrivare fino a Tokyo. A partecipare alla gara sono i giovani ariani e nipponici più promettenti per dimostrare la grandezza e la superiorità della loro razza.
Per entrare nel gruppo dei corridori, Yael è costretta a prendere le sembianze di Adele Wolfe, la Vincitrice dell’anno precedente. Deve arrivare prima e, durante il Gran Ballo del Vincitore, accoltellare il Fuhrer.

Un compito arduo che vale la salvezza del mondo. Un’impresa densa di rischi, non ultimi quelli del cuore

Un romanzo coinvolgente, nel quale la costruzione su più piani, ben equilibrata, non disturba la lettura ma, al contrario, la rende più ricca e interessante. Alle parti più sofferte della crescita di Yael fanno da contraltare quelle più d’azione dello svolgimento della gara (che alcuni hanno paragonato ad Hunger Game per la brutalità di una competizione senza scrupoli, che non è fermata nemmeno dalla morte dei gareggianti).

Molto – forse in alcuni punti anche un po’ troppo – è dedicato all’introspezione di Yael, ai suoi dilemmi, alla sua maturazione, alla rabbia e alla sofferenza che la caratterizzano.

[Il finale fa pensare ad un seguito, ma non so dire se si tratti solo di una mia sensazione o se sia in cantiere]

(età consigliata: dai 13 anni)

“Wolf. La ragazza che sfidò il destino” di Ryan Graudin, De Agostini, 2016, 400 pag., 14,90 euro

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3 pensieri su “Wolf. La ragazza che sfidò il destino

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