“Una strana creatura nel mio armadio” di Mercer Mayer, Kalandraka

strana creatura“There’s a nightmare in my closet” è un albo illustrato americano del 1968, scritto e illustrato da Mercer Mayer.
Alla fine degli anni ottanta era stato tradotto in italiano e inserito nella collana Un libro in tasca delle edizioni EL. Si presentava come un tascabile – piccolo formato e in brossura – con il titolo di “Brutti sogni in ripostiglio”.
Col passare degli anni, come ahimè accade anche ai buoni libri, è andato fuori catalogo, con rammarico di quanti lo trovano un ottimo albo illustrato, apprezzabile sia per la narrazione iconica e testuale che per il contenuto pedagogico.

Grande gioia quindi per la decisione della casa editrice Kalandraka di ripubblicarlo in Italia. Il libro è uscito poche settimane fa nella collana Libri per sognare (gustosamente in argomento) tornando felicemente al primigenio formato da illustrato: dimensioni non più piccine e copertina cartonata.

Parto subito con una piccola critica alle scelte editoriali riguardo il titolo, per il quale si è optato per una traduzione dall’originale non molto letterale: “Una strana creatura nel mio armadio”.
Non conosco motivazioni o retroscena di tale scelta ma devo ammettere che, pur essendo sicuramente in tema rispetto al racconto, il fatto di aver eliminato il riferimento al sogno (a addirittura all’incubo, come nella più coraggiosa edizione americana) fa perdere all’opera una parte della profondità e della connessione con il contenuto psico-pedagogico. Ovvio che poi con la lettura tale livello può essere recuperato e riaffermato, ma un titolo non è soltanto un biglietto da visita del libro, è anche un agente narrativo che opera sull’aspettativa e sulla predisposizione del lettore, sull’approccio che questi può avere nei confronti della lettura. Può influenzare quindi la capacità di cogliere alcune sfumature di senso.
Il “brutti sogni” dell’edizione EL era sicuramente più edulcorato rispetto al più cupo e netto “nightmare” , ma almeno non tradiva il legame con la dimensione della paura così come a mio parere fa la “strana creatura”. Tanto più che l’aggettivo “strano” può essere anche interpretato come “buffo”, in tal modo si anticipa troppo quella che sarà poi la risoluzione felice della storia senza permettere al piccolo lettore di sperimentare appieno il sentimento di inquietudine che lo pone in empatia con il protagonista e rende possibile la catarsi finale.

Ma torniamo all’albo. Una voce narrante in prima persona, quella del bambino protagonista, racconta della presenza di una strana creatura nel suo armadio.
Il bimbo è a letto, ha ammucchiato intorno a sé armi giocattolo, a terra c’è un elmo e le coperte ben calcate ben suggeriscono il bisogno di difendersi da una seria minaccia. L’espressione del piccolo è in effetti molto preoccupata, lo sguardo è fisso su una porta socchiusa su una campitura molto scura, a rivelare un vano buio. Tutta la stanza restituisce l’idea di un luogo non esattamente accogliente: colori freddi, anche un po’ acidi, un gioco di tratteggi che fa pensare alle ombre, non solo quelle dei mobili ma anche quelle inconsce, delle paure. C’è anche una finestra aperta con la tenda che si solleva al soffio del vento, altro elemento freddo, estraneo, poco confortante.

(E’ molto interessante come potremmo facilmente attribuire a questa tavola delle sensazioni fisiche che creano risonanze psicologiche)

creatura 1

Girando pagina le immagini che si dispongono in sequenza ci raccontano un rituale serale. Al termine di ogni giorno egli deve chiudere la porta dell’armadio prima di andare a dormire. E’ costretto poi a domare la paura di voltarsi finché, rassicurato dalla protezione delle coperte, può ogni tanto sbirciare, di sottecchi, con la testa ben sotto le coltri.

Improvvisamente il registro cambia: al girar di pagina la scena è la stessa, identica è la stanza ma il giovane protagonista ha il fucile in mano, l’elmo in testa e lo sguardo combattivo.

“Una notte decisi di sbarazzarmi della strana creatura per sempre”

E’ nel momento in cui viene spenta la luce che il mostro arriva. Il bimbo non lo vede – lo sente – ma il lettore gioca d’anticipo sul suo alter ego cartaceo e nota che la creatura più che spaventosa è buffa. Nonostante le dimensioni, le sue fattezze, comprese le grandi orecchie e i dentini sporgenti, fanno più ridere che intimorire.
Inizia ora l’azione. Le tavole si fanno di nuovo sequenza per narrare la dinamicità dell’incontro tra il bambino e il mostro. Le parti si invertono totalmente: ora il pericolo è rappresentato dal ragazzino e l’altro, grande e grosso com’è, diventa la vittima.
Viene minacciato di essere colpito da uno sparo del fucile ben impugnato e poi, quando il “PUM” del giocattolo arriva (non è scritto ma noi lo sentiamo), scoppia in un pianto disperato, come il più fragile dei cuccioli.

creatura 2

Chi legge si trova ora ad empatizzare con il mostro: è lui a rappresentare il bisogno di accoglienza, protezione e conforto. Consolazione che fortunatamente arriva perché il protagonista sente, come sentirebbe ciascun piccolo lettore, lo sgomento del suo ospite e fa quello che farebbe un genitore: lo prende per mano, lo mette a letto, rimbocca le coperte e si corica accanto a lui. Non prima di aver ben chiuso la porta del ripostiglio per non farlo spaventare.

creatura 3.pdf

Il passaggio dal provare la paura dell’ignoto – della notte, dell’abbandono, del mostro, dell’essere mangiati – ad accogliere e confortare il proprio lato indifeso, sul quale improvvisamente ci si sente forti, è davvero potente psicologicamente. Non sono una terapeuta, né un’esperta nel campo, ma posso avvertire chiaramente l’eco emotiva di tutti i gradini che il bambino lettore è chiamato a salire (o scendere), senza che nulla sia mai dichiarato o chiamato con un esplicito nome, salvaguardando la possibilità delle molteplici interpretazioni personali.

Quando i due, ora amici, sono coricati, il bambino, di nuovo sbirciando verso la porta del ripostiglio (stavolta con ben altra espressione rispetto al principio) rivela che lui ben sa che un’altra creatura si nasconde là dentro. Ma non si può preoccupare di ciò: lo spazio nel letto è esaurito. Non resta che addormentarsi e…

Il piccolo ha compiuto una crescita importante, ha cambiato il punto di vista: prima era colui che guardava all’armadio con spavento, temendo il suo contenuto dal quale doveva difendersi, ora si pone il problema di non poter accudire l’eventuale altra creatura nascosta, che è passata ad essere il soggetto debole.

La rassicurazione c’è, esiste, può essere recepita e agire nel profondo ma non è urlata o sottolineate, non è imposta né artificiosa. E’ piuttosto offerta, risiede nello smascheramento dolce della paura, nella rivelazione della sua possibili fragilità, nella narrazione dell’importanza e del beneficio della cura. Il bambino che legge è il bambino protagonista ma allo stesso tempo è il mostro, in un annullamento rarefatto del confine che permette la ricchezza delle immedesimazioni e delle interpretazioni.

Il gioco ironico poi fa il resto, permettendo di alleggerire, stemperare, divertire. Così come il finale aperto che da un lato sfida il piccolo lettore al gustoso esercizio del “to be continued” (inventa tu), dall’altro compie azione di onestà: ci sarà sempre una paura successiva da superare, una prova per rimettersi in gioco, nonostante si siano, più o meno felicemente, addomesticate le precedenti.

(età consigliata: dai tre anni)

Se il libro ti piace, compralo QUI: Una strana creatura nel mio armadio

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2 pensieri su ““Una strana creatura nel mio armadio” di Mercer Mayer, Kalandraka

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