“Nelle terre selvagge”, di Gary Paulsen, Piemme

1756-Sovra.inddGuardiamo i nostri ragazzi di città, così abituati – come noi, d’altra parte – alle comodità, al cibo e al sonno che sono per lo più scontati, alla casa, piccola o grande che sia comunque solida, agli abiti da cambiare a seconda del clima e delle esigenze, alle modeste intemperie che, per quanto possano essere fastidiose, in casi non frequenti superano la violenza di un temporale o una nevicata da osservare agiatamente da dietro la finestra, e immaginiamoli soli, sperduti, senza nulla a parte una piccola ascia e i vestiti che indossano, a dover sopravvivere per un tempo indefinito – giorni, settimane, mesi? – nelle foreste selvagge e inviolate del nord canadese.

Facile alzare le sopracciglia un po’ atterriti e dubitare che potrebbero farcela ad uscirne vivi.
Eppure Gary Paulsen, pluripremiato e prolifico scrittore per ragazza statunitense, nel suo avvincente romanzo “Nelle terre selvagge”, edito da Piemme, pare volerci raccontare che c’è un istinto nascosto anche in fondo ad un comune ragazzino cittadino che, in condizioni estreme, richiamato in superficie dalla sfida della sopravvivenza, può riaffiorare, come fosse mai morto, ma solo sepolto nel profondo di un cervello antico, quello che si formò coi primi uomini e li portò a vincere il gioco della selezione naturale.

Non soltanto, Paulsen vuole dirci anche che la strada per vincere la lotta e non soccombere ai bisogni primari e alle forze degli elementi, corre parallela al ritorno ad un antico sentire, ad una trasformazione necessaria, che porta l’uomo a non avvertirsi più come separato dalla natura – lei altro da lui, sconosciuta – ma parte integrante di essa, dentro i suoi ritmi, unito alle sue creature – pur dovendole cacciare per mangiare – in sintonia con i suoi suoni, rumori, movimenti, trasformazioni.

L’istinto di cui ci parla l’autore non è quello che domina ma quello che armonizza, fatto di coraggio, certo, ma anche di umiltà, di pazienza, di forza di volontà, di capacità di riflessione e di attenzione. Tutte doti che paiono dimenticate nella società dei consumi, sopite perché servono a poco, mentre lì, nelle terre selvagge, possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Brian ha tredici anni e, dopo il divorzio, improvviso e poco sereno, dei genitori, si sta recando dagli Stati Uniti nel nord del Canada, per passare del tempo con suo padre, ingegnere presso dei pozzi petroliferi. Si è imbarcato su un piccolo aereo privato, dove vola assieme al solo pilota, addirittura può sedersi al posto del copilota dove viene invitato perfino a manovrare i comandi.

Pare un inizio divertente per una vacanza, nonostante l’animo di Brian non sia affatto sereno, per via del dolore generato della separazione dei genitori e perché è l’unico a conoscenza del “Segreto”, cioè del motivo per cui la madre, all’apparenza all’improvviso e a ciel sereno, ha chiesto il divorzio.

Ma mentre è preso dai suoi problemi personali accade l’imponderabile: il pilota ha un infarto e muore davanti agli occhi terrorizzati del ragazzo. Brian è ora l’unico passeggero di un aereo alla deriva, che volerà soltanto fino alla fine del carburante.

Rivelando già una buona dose di autocontrollo, il ragazzo riesce, con l’aiuto di un po’ di fortuna e di un discreto spirito di osservazione, a far schiantare l’aereo in una lago, salvandosi miracolosamente.

Parrebbe finita e invece la sua avventura è appena iniziata: solo, senza nessun bene a parte una piccola ascia, dovrà inventarsi la sopravvivenza in un luogo dove la natura è l’unica legge. Ricominciare daccapo, come gli uomini delle caverne, dalla costruzione di un rifugio alla ricerca di un metodo per avere il fuoco, dalla soluzione al problema della fame a quello della sicurezza.

Inutile lasciarsi andare alla disperazione, come ovviamente all’inizio accade. Brian imparerà ben presto – dal momento d’inizio di quella che chiama “la sua trasformazione” – che le regole della nuova vita richiedono un cambiamento radicale, estremo, profondo che chiamerà in gioco tutto il suo corpo, la sua mente, i suoi sensi.

Nelle terre selvagge è un romanzo coinvolgente ed emozionante, un racconto di formazione e d’avventura che, con una prosa semplice e un tono equilibrato, mai esagerato, smuove corde profonde, sia emotive che di riflessione. Tra le pagine, che si sfogliano con cupidigia per conoscere l’evolversi delle vicende, tanti spunti su cui soffermarsi: come è e come potrebbe essere il rapporto tra l’uomo e la natura, un riesame della nostra società sulla base di cose è necessario e cosa è superfluo, quali sono le doti necessarie per sopravvivere in condizioni estreme, uno sguardo che va al passato remoto e alle radici della nostra specie… e tanti altri.

Il legame che si instaura tra il lettore e il protagonista è di forte vicinanza. Le esperienze che egli narra non sono certo comuni ma la voce è autentica, la sua evoluzione, psicologicamente ben tratteggiata e sfaccettata, genera pathos e richiama partecipazione.

(età consigliata: dai 12 anni)

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