“Il re degli incasinati” di K.L. Going, Piemme

incasinatiK.L. Going è una pluripremiata autrice per ragazzi americana della quale avevo già avuto modo di parlare su queste pagine in occasione, qualche anno fa, della mia recensione del libro “I ragni mi fanno paura”, vincitore nel 2008 del Premio Andersen come miglior libro 9-12 anni.
Un romanzo, quello, forte ed intenso, che affrontava il tema del razzismo e delle discriminazioni, dell’amicizia e delle difficoltà della crescita, ambientato in una cittadina della provincia americana, della quale ben ricreava il clima e le atmosfere.

Ne “Il re degli incasinati”, pur con una certa similitudine nell’ambientazione, ci troviamo di fronte ad un romanzo dall’apparenza più spensierata, animato da uno stile agile e coinvolgente, perfino frizzante e spassoso, ma che, a scavare appena un poco sotto l’immediata sensazione, rivela la sua anima più profonda, che va a toccare le relazioni familiari, l’importanza dell’accettazione genitoriale, la fatica di scegliere la propria strada e, ancora, le discriminazioni e le apparenze che non coincidono con la sostanza.

La letteratura per adolescenti pullula dei racconti, sovente in prima persona, delle “schiappe”, dei ragazzi e delle ragazze emarginate dalla massa dei coetanei, vittime preferenziali di bullismi e prepotenze. Questo perché è facile per i lettori della stessa età dei protagonisti immedesimarsi nel bisogno di accettazione, nell’ansia e nella difficoltà di trovare il proprio spazio pur conservando la propria unicità.

Per Liam i sentimenti in gioco non sono poi tanto diverso anche se lui, la contrario, fa parte della schiera dei popolari, anzi fin troppo popolari. Bello, alla moda, figlio di una ex top model e di un affermatissimo manager, sempre in prima linea per feste e bravate ma scarso nel rendimento scolastico e con la convinzione, originata soprattutto dal giudizio paterno, di non valere poi molto al livello di capacità intellettive. E certo di “incasinare sempre tutto”, di non saper cioè mantenere una via retta anche una volta intrapresa.

Liam è cresciuto quasi sempre con la mamma, tra sfilate in tutte le più grandi e affascinanti città del mondo, fino a quando la donna non ha deciso, apparentemente di propria volontà, di lasciare le passerelle e dedicarsi ad un vita più stanziale: la boutique a New York e la cura della famiglia.
Il ragazzo, fin dalla tenera età, colleziona un insuccesso scolastico dopo l’altro e il padre, serioso, autoritario e quasi sempre assente per lavoro, non perde un’occasione per farlo sentire un perdente.
Finché, all’ennesima leggerezza del figlio, l’uomo non decide di allontanarlo da casa. La madre, rivelando la sua difficoltà di imporsi sulle scelte del marito e anticipando al lettore alcune delle problematiche familiari che esploderanno poi durante lo sviluppo della trama, non si oppone ma riesce ad ottenere che, anziché in Nevada dal nonno militare, il ragazzo sia ospitato dallo zio Pete, musicista glam rock, dj radiofonico gay, che vive in una roulotte in una località di provincia, condividendo molta della sua giornata con gli altri componenti della band: “i ragazzi” come si chiamano tra loro, amici e affiatati da sempre.

Per il giovane protagonista è dura: da un’esistenza spesa in una casa da ricchi, con party e frequentazioni in ad un parcheggio di caravan, a dividere uno spazio angusto con un parente pressoché estraneo, iscritto improvvisamente, per il suo ultimo anno di superiori, ad una piccola scuola dove i suoi abiti d’alta moda, di gusto impeccabile, appaiono piuttosto stonati.
E per di più lei: Darleen, la ragazza vicina di casa, artista, bravissima nello studio, sempre sulle sue, poco incline a dar confidenza ad un tipo facilmente giudicabile come “bello e vuoto”.

A Liam resta solo una strada per sperare di essere riaccolto dal padre, che mostra sempre di non accettarlo per quello che è, e per fare amicizia con Darleen: invertire completamente la rotta, passare da popolare a sfigato, diventare out, nell’apparenza e nel comportamento, non riscuotere più il successo avuto finora tra i coetanei per sperare di elemosinare un briciolo di considerazione dalle persone per lui sempre ritenute irraggiungibili, cioè quelle colte e intelligenti.

Inizia così una serie di tentativi di mostrarsi diverso da ciò che è: responsabile, studioso, rinnegando il suo talento e la sua passione per la moda e l’universo che vi gravita intorno, da sempre appartenenti alla sfera materna, quella giudicata dal padre superficiale e di poca sostanza.

Per Liam una corsa disperata per conquistare un amore paterno che non è mai arrivato e mai, forse, arriverà. Sotto gli occhi attenti e amorevoli dello zio e dei ragazzi, portatori invece di un messaggio diametralmente opposto: ciascuno ha diritto ad essere ciò che desidera, a stare bene con sé anche al di fuori delle convenzioni, e mai l’affetto deve essere dato in cambio di un adeguamento alle aspettative.

Percorso faticoso quello che aspetta il giovane e spontaneo protagonista perché l’autrice è sensibile e sa bene che non ci si scrolla in un attimo di dosso la sofferenza germinata nell’infanzia e che il peso di un giudizio paterno può minare gravemente l’autostima e la fiducia in sé. E’ questo in fin dei conti che fa sì che la profezia del futuro distrutto, con la quale il papà di Liam spesso minaccia il figlio, rischia di diventare auto-avverante: non c’è nulla che può rovinare una strada come il non avere più il coraggio e la sicurezza per intraprendere quella più consona alle proprie corde.

E’ così che il ragazzo, tra frequenti flashback nel passato, è costretto a riesaminare la sua vita e ad affrontare il presente, scoprendo pian piano parti di sé che non meritano di essere taciute o sotterrate in nome di un modello che non si può incarnare e facendo i conti anche con le vicende che riguardano la madre, la sua vera figura affettiva, anch’essa costretta, ora come prima, a tarparsi le ali.
Ma come dice Darleen sulle pagine finali del romanzo, quando tutto pare precipitare “non puoi creare l’amore, Liam, devi semplicemente prenderlo ovunque lo trovi”. E, aggiungerei, comprendere che non è amore quello che chiede di rinunciare ad una parte di sé per compiacerlo.

Un libro che pur leggendosi d’un fiato, grazie anche ad una prima persona narrativa trascinante e ben costruita, perfettamente in linea con il carattere del protagonista, con una successione di eventi spesso divertenti, lascia al lettore un sapore dolce-amaro portandolo a soffermarsi su questioni emotive complesse ma diffuse, in grado di far riflettere sia chi è figlio sia chi è genitore.

Gran forza del romanzo sono sicuramente i personaggi, che, come spesso accade, nella loro ottima caratterizzazione e ricchezza di sfaccettature rivelano la bravura e l’esperienza dell’autrice.

Come il protagonista anche i comprimari sono tutt’altro che piatti e stereotipati, risultano invece interessanti, credibili, profondamente umani e grazie alla forza della loro costruzione conferiscono anima alle vicende, permettendo a chi legge di entrare a pieno nel racconto, vivendo il libro con trasporto, coinvolgimento ed emozionandosi.

Per I libri sono come le ciliegie, se ti è piaciuto questo romanzo, prova anche “IO NO!…o forse sì” (David Larochelle, Biancoenero Edizioni)

(età consigliata: dai 12 anni)

incasinatiSe il libro ti piace, compralo QUI! Sul sito de La Libreria dei ragazzi.

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