“L’estate dei segreti perduti” di E. Lockhart, De Agostini

segreti perduti

Recensione di Fulvia

Un titolo ammiccante e una ragazza che cammina con i piedi nudi sulla sabbia ci potrebbe suggerire uno scenario rosa, di amori intorno a un falò, di primi volte condito, appunto, da qualche segreto inconfessabile.
La spiaggia e il segreto ci sono, e ben più di un falò, ma il gusto che ci lascia in bocca la lettura di questo romanzo non è certo dolce e caramelloso, bensì molto amaro.

Partiamo dal titolo originale: We were liars “Noi eravamo bugiardi”. Un titolo da tragedia incombente, quella che si respira già nel fulmineo attacco.
Alla vigilia dell’estate in cui la protagonista, narratrice in prima persona, ha 15 anni, il padre lascia improvvisamente sua madre. Una donna alta, bionda, bella, ricca, e abituata a non manifestare le emozioni, a non far trasparire cedimenti.
Lo stesso deve essere per la figlia, il cui cuore invece sanguina e urla di dolore. Un dolore che resta però tutto dentro; come sempre, la ragazza finisce per assecondare la madre, fare un respiro profondo e fingere che non sia accaduto nulla. Anche perché l’aspetta l’annuale vacanza all’isola di proprietà della famiglia Sinclair, con il nonno patriarca e le tre figlie, tutte con matrimoni falliti e una serie di figli.
Due cugini sono coetanei di Cady: Mirren e John. E poi c’ Gat, il nipote indiano del nuovo compagno della zia Carry.

Dall’infanzia Cady e Gat hanno un’intesa speciale, che durante l’estate si trasforma in un sentimento fatto di brividi, mani che si sfiorano sotto il tavolo, baci al sapore di sale e abbracci rubati. Un amore profondo, ma complicato da qualche ostacolo. Come la differenza di ceto sociale, il fatto che Gat abbia già una ragazza, lo sguardo critico del nonno che non approva, le tensioni tra le zie per l’eredità di famiglia.

Improvvisamente la narrazione da lineare si fa sincopata. Un salto di due anni e si passa all’estate dei 17 anni, con Cady tormentata da tremende emicranie e vuoti di memoria, per tornare a sprazzi all’estate dei 15 anni, di cui l’unica cosa che ora la ragazza ricorda è che, a un certo punto, le è accaduto un incidente misterioso, di cui non c’è traccia nella sua memoria e che le ha lasciato in eredità sintomi post traumatici così devastanti da renderla quasi invalida e dipendente dai farmaci. In mezzo c’è l’estate dei suoi 16 anni, trascorsa con il padre in Europa e durante la quale ha inviato tante mail ai cugini e al ragazzo del cuore, senza mai ricevere da loro nessuna risposta.
Dopo tante insistenze, la madre accetta di tornare con lei sull’isola, dove il nonno fa i conti con la demenza senile, i cuginetti piccoli sono cresciuti e le zie sono più amorevoli tra di loro ma affette da strane manie.
Per fortuna ci sono John, Mirren e Gat, che con lei formano il gruppo dei Bugiardi. Pur decisa a trattare Gat in modo indifferente, sente riaffiorare più forte di prima quel sentimento agrodolce che li lega. Mezze frasi, flash nella mente, ed ecco che il passato, quella maledetta estate che ha cambiato la sua vita, pezzo dopo pezzo, ritorna, rivelandosi in modo crudo, sconvolgente e davvero imprevedibile per il lettore, che vogliamo assolutamente preservare da uno spoiler davvero crudele.

Oltre all’intreccio narrativo molto abile, è interessante il linguaggio, limpido, visivo e che a tratti si fa rude e poetico insieme (Cady per definire la sua sofferenza usa una metafora forte: sangue che le cola da tagli nelle vene, e Gat è l’unico che se ne accorge e che accorre a fasciarle i polsi con garze bianche).
Nel cercare di fare chiarezza nel suo passato Cady riscrive molte volte le fiabe più classiche, inserendo la figura di un re e delle sue tre figlie, che oltre a essere un interessante esercizio di stile ci introduce nel tema forte del romanzo, ovvero la critica feroce al perbenismo ipocrita di parte della società americana (con un azzardo volo sino a Pastorale americana di Philip Roth), che va allo sfascio salvaguardando sempre le apparenze, democratica ma sottilmente razzista, legata a doppio nodo al senso del possesso, nella cui logica gli oggetti posseduti hanno la funzione di dimostrare uno status (e non a caso una Cady ancora molto confusa ma intenzionata a fare luce della nella sua vita comincia a spogliarsi letteralmente di ogni cosa che possiede).

Il romanzo mi ha fatto venire in mente alcuni film spietati che hanno messo a nudo la conflittualità dei rapporti familiari: tra di essi Segreti, film con un cast stellare del 1997, quattro sorelle e un padre padrone; I segreti Osange county (2013) con la matriarca Meryl Streep e le sue tre figlie; oppure il devastante Festen (1998) di Thomas Vinterberg.

Un romanzo coinvolgente e ben scritto che si fa bere tutto d’un sorso come un punch bollente in una serata gelida; forse non è altrettanto originale nel suo esito, che sempre in ambito cinematografico associo a vari film. Citandoli, però, potrei suggerire quel famoso spoiler che volevo scongiurare. Dunque se avete intenzione di leggere il libro, cosa che vi consiglio, fermatevi qui. Con una nota sull’autrice, Emily Lockhart, newyorkese, classe 1967, autrice di vari best seller young adult, docente di scrittura creativa alla Hamline University, e finalista al National Book Award, il più prestigioso premio letterario americano.

Il libro è finalista al Premio Andersen 2015 come “Miglior Libro oltre i 15 anni”.

Se invece non resistete alla curiosità, pensandoci almeno due volte, cliccate qui.

(età consigliata: dai 14 anni)

Se il libro ti piace, compralo QUI, sul sito de La Libreria dei Ragazzi!

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