“Nemmeno un giorno” di Antonio Ferrara e Guido Sgardoli, Il Castoro

nemmenoungiornoQuesto è un libro che non solo si legge, si ascolta. E non perché sia uno di quei terribili prodotti plasticosi, muniti di pulsantoni che emettono suoni striduli, no, affatto, qui si tratta di un romanzo che ha scelto di usare la musica come traccia narrativa.
Di più, ha osato una scommessa piuttosto ardua: tirare in ballo dell’ottimo rock un po’ vetusto – perché dei nostri tempi piuttosto che di quelli dei nostri figli – e usarlo come possibile legame transgenerazionale. Come dire: le cose belle non tramontano, si posso condividere.

Ovviamente vale anche il viceversa: i sentimenti, i moti emotivi dei nostri ragazzi non saranno mai così incomprensibili da non poter essere accolti. Una via di vicinanza forse esiste anche quando la rabbia fa da padrona e la fuga sembra essere l’unica via d’uscita.

E’ quello che accade a Leon, tredici anni, rumeno, dato in affido ad una famiglia italiana quando, dopo la morte della madre, i servizi sociali hanno reputato suo interesse essere sottratto ad un padre alcolizzato non in grado di occuparsi di lui.

Nonostante la famiglia affidataria sia attenta ed affettuosa, non gli faccia mancare nulla, per il ragazzo è difficile accettare lo sradicamento dalla vita precedente, la lontananza dalla sorella, come anche far fronte alle difficoltà di inserimento in un nuovo contesto sociale, in una nuova scuola, imparare una lingua sconosciuta…Si tratta di affrontare e gestire un perenne senso di solitudine, inadeguatezza e diversità, che anche nel momento in cui parte la narrazione – e cioè dopo un periodo già lungo di permanenza in Italia – non si è ancora affievolito.

Quindi, un giorno, la decisione estrema e pericolosa: Leon ruba l’automobile del padre adottivo Sergio – un’ Audi potente e fiammante – per scappare e recarsi nella città natale dove ancora vive la sorella.
Il ragazzino, pur se giovanissimo, è in grado di condurre una macchina perché da tempo guida con successo i go-kart ed ha i riflessi saldi e l’attenzione vigile.

Un’avventura, nonostante la familiarità con i mezzi su ruote, ad altissimo grado di rischio. I chilometri da coprire sono centinaia e centinaia, il tempo a disposizione – prima che presumibilmente qualcuno si accorga di lui – non molto, i soldi pochi, il rischio di essere smascherato alto, nonostante il berretto con visiera a coprire il volto e la statura slanciata.
Due gli elementi di conforto in una fuga tanto rocambolesca. Il primo, Vitòn, un cane randagio trovato lungo la via e subito affezionatosi al giovane ed elettosi compagno di viaggio.
La musica, poi, che esce dallo stereo dell’auto, riprodotta da un vecchio CD di Sergio. Pezzi storici della musica rock, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd, dagli Stones ai Genesis. Un ritmo ora dolce e ora graffiante, energico e, a tratti, malinconico, che si srotola ad accogliere i pensieri di Leon e a veicolare i suoi stati d’animo.
Sì perché quello del ragazzo è un lungo monologo fatto di ricordi, emozioni, paure e nostalgie. Come accade a noi tutti, quando in un lungo viaggio, nel silenzio dell’abitacolo, si sguinzagliano i pensieri , liberi di tracciare il nostro profilo emotivo, così accade a Leon e, piano piano, tirando fuori anche i lati più oscuri e dolorosi, arriva a far pace con il proprio passato e a ad accettare la scommessa sul futuro.

Un racconto scorrevole, rapido nel suo svolgersi così come breve è il lasso di tempo che la narrazione abbraccia – nemmeno un giorno, come recita il titolo. Tante le tematiche toccate – familiari, sociali, emotive… – in un gran flusso di coscienza che rivela la personalità del protagonista.

Il viaggio – trasgressivo, pericoloso – è un classico simbolo di evoluzione interiore, di ricerca di sé e del proprio posto nel mondo. Il tempo, in gran parte notturno, è una dimensione sospesa dove affrontarsi e riconciliarsi, entro la quale interrogarsi e crescere. E la musica è l’anello di una catena forte e tenace che tiene e non si spezza, è una lingua universale che, come poche, può essere capita ad età differenti.

Intenso e da sottolineare il momento in cui il legame affettivo con i genitori adottivi si disvela nella sua forza e importanza, in cui cade il velo di rifiuto che il ragazzo aveva posto, quasi a protezione di sé e della sua storia, e la certezza di essere amato e accolto si palesa come una rivelazione.

Trovo comunque che, fatta salva la cornice interessante e diversi spunti originali, le ottime e sensibili penne che hanno dato vita a idea e testo, nonostante i temi per nulla morbidi affrontati e la bella cornice musicale che fa da ossatura – e, perché no?, suggerimento d’ascolto – manchi al romanzo una punta d’impressività in più, qualcosa che scuota il lettore e non lo lasci riposare nell’attesa di un lieto fine troppo facilmente previsto.
Argomenti difficili per un lettura tutto sommato morbida; Leon è un arrabbiato in fin dei conti dolce e la chiusa si risolve, a mio parere, con troppa facilità per un’avventura tanto estrema.
Resta un senso di irrisolto che non abbandona il lettore, che resta lì, dopo aver chiuso il libro, ad interrogarsi se davvero, dopo, per Leon le cose si saranno messe al meglio.

Qui si può ascoltare la bella compilation che fa da colonna sonora al libro

(età consigliata: da 12 anni)

Se il libro ti piace, compralo qui: Nemmeno un giorno

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