“Non piangere non ridere non giocare” di Vanna Cercenà, Lapis

nonpiangerenonridereLa memoria è un’abilità umana sovente dalle gambe corte. Quella individuale come quella dei popoli.
Accade così che mentre ci si arrocca a difesa del proprio suolo da presunti occupanti di altra nazionalità, sentendosi proprietari ma essendo invero prepotenti e magari rifiutando pure l’appellativo di razzista perché si sa “io non ho nulla contro i…”, si tende a dimenticare che, nemmeno tanti anni fa, anzi giusto qualche decina, erano gli stessi italiani ad essere etichettati come invasori perché bisognosi di cercare altrove lavoro per racimolare qualche soldo atto a sfamare la propria famiglia.

Già, l’America…ma non serve nemmeno andare troppo lontano: fino agli anni novanta del secolo scorso molti nostri connazionali emigravano in svizzera per impiegarsi nelle fabbriche. Le leggi del luogo erano però molto restrittive con gli stranieri, soprattutto con quelli che avevano un lavoro stagionale. Essi infatti, seppur con regolare contratto, non potevano portarsi dietro i propri cari e dovevano restare per lunghissimi mesi, fino a nove, separati dai figli.
Spesso in una famiglia lavoravano entrambi i genitori e così, se non avevano un parente in patria cui affidare i bambini, erano costretti a nasconderli, quasi sempre in stanze piccole e buie, vivendo nella paura che questi fossero visti, loro stessi denunciati e costretti a tornare in Italia, dove li aspettava probabilmente la fame.

Questo è il tema e la cornice socio-storica dell’ultimo romanzo per bambini della brava e sensibile Vanna Cercenà, scrittrice che coniuga efficacemente scorrevolezza e gradevolezza stilistica a profondità e significatività dei contenuti.
Molto care le sono le tematiche della multiculturalità e della prevenzione, tramite storie interessanti, vive e piacevolissime, dei razzismi di ogni forma e colore per un’integrazione piena delle diversità e una convivenza pacifica dei popoli.
Racconti che si leggono d’un fiato ma che fanno anche riflettere, che permettono ai ragazzini di accorarsi e immedesimarsi, stabilendo, senza suggerimento alcuno né tracce di didascalismo, parallelismi tra le realtà narrate e le proprie.
La delicatezza delle storie di Vanna Cercenà è tale che non si può uscirne tali e quali a prima, portano per forza di cose ad essere un po’ migliori.

In questo caso, già il titolo è d’effetto: “Non piangere, non ridere, non giocare”, una sequenza di comandi che parrebbero in netto contrato con i bei colori della copertina e con quel correre di bimbo e bimba mano nella mano presumibilmente sui tetti di una città. Curiosità è d’obbligo come anche la supposizione di un lieto fine…
Ma le premesse sono in effetti piuttosto dure. Teresa è un bimba italiana di dieci anni. Ha perso il papà e la mamma, per mantenerla, è costretta ad emigrare per nove mesi all’anno in svizzera come operaia.
La bambina resta al paese, con la nonna, e, pur avvertendo molto forte la mancanza materna, può, bene o male, portare avanti la sua vita e le sue occupazione infantili.
Fin quando una malattia della nonna costringe Anna, la madre, a condurre Teresa con sé.
La ragazzina dapprima è felice, elettrizzata quasi: è l’inizio di una nuova esistenza e, per di più, non sarà costretta a separarsi dalla mamma.
Ma la gioia dura ben poco, termina quasi di botto quando Teresa apprende che, nel nuovo paese, non potrà né uscire né mostrarsi in pubblico, non potrà andare a scuola né entrare in contatto con coetanei, dovrà restare sempre chiusa nella piccola soffitta che funge da abitazione, senza fare rumori troppo forti che potrebbero insospettire i vicini.
Di certo a quei tempi non c’erano playstation e videogame, perfino la tv era rara e di certo assente dalle case dei più poveri. E così la bambina deve passare le sue giornate sola, in attesa che la madre rientri a sera dalla fabbrica o dai lavori di stiro e pulizie cui si dedica per arrotondare. Unici diversivi i compiti scolastici che la maestra italiana le ha assegnato per non interrompere lo studio, qualche foglio e qualche colore per disegnare, la colazione e il pranzo da riscaldare.
La stanza dove è rinchiusa non ha nemmeno vere e proprie finestre dalle quali perdersi a sbirciare la vita oltre i vetri; è un sottotetto, infatti, e quindi ha solo un abbaino che si apre sui comignoli e, a parte le chiome degli alberi e il colore del cielo, offre ben poco alla vista.

Chiunque impazzirebbe in una situazione del genere, molti  figli di colleghe di Anna non ce l’hanno fatta e si sono ammalati costringendo la famiglia al rientro in patria.
La donna ha paura che ciò possa accadere anche a Teresa e la bambina, dal canto suo, è spaventata all’idea di deludere la mamma e rispetta diligentemente tutti i divieti al punto che perfino l’unica sera che viene portata fuori per una passeggiata i timori e le ansie sono tali che non riesce a godere dell’evento e preferisce essere ricondotta a casa.

Ma, fortunatamente, l’istinto al gioco, alla socializzazione, alla libertà dei bambini è estremamente forte e, almeno in questo racconto – lo stesso non si potrà, temo, dire di molte altre storie vere che nell’incipit assomigliano a questa – i fatti evolveranno al bene e al riscatto di tanta sofferenza.
Proprio la botola infatti, che tanti panorami aveva negato a Teresa, si rivelerà passaggio perfetto per un simpatico gatto fulvo prima e per il suo vivace ed intraprendente padroncino poi.

Grazie a Paul, che condurrà Teresa – dapprincipio molto timorosa e con forti sensi di colpa, poi via via sempre più fiduciosa e temeraria – in un percorso sui tetti fin nella sua casa e da questa ai suoi luoghi di giochi, la bambina potrà, a piccole dosi, riappropriarsi della libertà e la spensieratezza infantili che le spettano di diritto. Potrà entrare in contatto con altri bambini, da sfogo alla giusta esuberanza, divertirsi e, soprattutto, apprendere che non tutte le persone che abitano quel luogo misterioso chiamata Svizzera sono gelosi della propria identità al punto da non volere alcuna contaminazione.
Non tutti sono intolleranti e razzisti!

Anzi, per fortuna esistono tante brave persone, come Paul, come i suoi compagni e i suoi genitori, che odiano le severe leggi anti-immigrazione e sono pronti a votare contro di esse in un referendum.
Ed è proprio nei giorni del temuto referendum, quello che, se andasse in un certo modo, condannerebbe tutti gli stranieri ad un doloroso e senza speranze ritorno in patria, che le sorti di Teresa e Anna subiscono, grazie a qualche coincidenza e disavventura, la svolta importante che le porterà a riacquistare la fiducia e a guardare con più ottimismo al futuro.

Un racconto delizioso, lieve pur nella forza del suo contenuto, per raccontare ai ragazzini un capitolo del nostro passato e, tramite questo, far comprendere la sofferenza che si può celare dietro la non accettazione, il rifiuto e l’emarginazione.
Tutti i bambini del mondo dovrebbero essere liberi di poter giocare insieme, senza i confini della razza o della nazionalità perché loro, molto più degli adulti, sanno condividere oltre le lingue diverse, oltre le culture diverse, oltre le diverse provenienze.

Un piccolo romanzo che fa sorridere, anche, perché permette di guardare con tenerezza e simpatia alla capacità che hanno i bambini di sfuggire alle catene, alle regole imposte quando sono ingiuste.
I due giovanissimi protagonisti che si ingegnano per affermare il loro diritti al gioco e all’amicizia, nonostante la paura e le leggi dei grandi, non possono che conquistare lettori di ogni età.

Importante infine l’altro grande insegnamento della storia: non tutte le persone si cibano di intolleranze e razzismi, molte sono giuste, accoglienti e pronte ad aprire il proprio mondo all’altro. Speriamo che, nel futuro, siano sempre di più e gli altri, gli spaventati da ogni contaminazione, sempre di meno.

(età consigliata: da 8 anni)

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