“Piacere, io sono Gauss” di Silvia Tesio, Mondadori

gaussDi solito mi avventuro poco nel territorio dei cosiddetti cross over, ovvero quei romanzi che non hanno una destinazione d’età preferenziale, ma possono essere letti, con maggiore o minore soddisfazione a seconda dei casi, sia da lettori giovani che da adulti. Sono un po’ abitudinaria in questo e mi capita più spesso di restare ancorata a collane o case editrici più dichiaratamente dedite ai ragazzi, o magari agli young adults, forse conscia che se mi affacciassi oltre il parapetto familiare, potrei venire travolta dalla marea di pubblicazioni che pur essendo inserite negli scaffali per i grandi possono agevolmente interessare un’ampia fascia d’età.

Questa volta però, per una serie di fatti che passano dal passaparola di valore alla stima per l’autrice, ho fatto un’eccezione e mi sono gradevolmente persa nella lettura de “Piacere, io sono Gauss” di Silvia Tesio, edito da Mondadori.

Un romanzo gustoso, intelligente, candido come solo i bambini sanno essere ma allo stesso tempo diretto, con quel pizzico di brio e di coraggio nel disvelare le nudità del re laddove fosse necessario e portatore di un punto di vista sull’infanzia che passa prima di tutto dall’importanza del rispetto.

La voce narrante, che rende il racconto godibile e arguto, è quella
di un ragazzino di dieci anni, Gauss appunto, afflitto da un nome tanto insolito quanto altisonante, buffo e nobile allo stesso tempo.
L’autrice è molto brava nel parlare con la voce del proprio protagonista, nel celarsi dietro il suo pensiero in maniera efficace e senza sbavature.
Questo è sicuramente un punto di merito da sottolineare perché, soprattutto nel racconto in prima persona, la capacità di chi scrive di scomparire tra le pagine per rendere spessore e credibilità al proprio personaggio, anche nel caso di forti differenze di età e sesso, è una dote importante e non affatto scontata che aggiunge pathos alla storia e permette al lettore di restare coinvolto ed emozionarsi.

Gauss è realistico, simpatico e spontaneo esattamente come un bambino della sua età, come i suoi coetanei si pone domande scomode ed è infastidito dal mondo degli adulti quando pare viaggiare su binari paralleli ai suoi, senza ricevere la giusta attenzione che ritiene di meritare.
D’altra parte è capitato in una famiglia non esattamente standard, un nucleo all’apparenza un po’ bislacco formato, oltre che da lui, da tre donne: la nonna, la mamma e la sorella adolescente, anzi quella che un tempo si sarebbe definita sorellastra perché apparentatagli solo per parte materna.
Lui, unico bambino e unico maschio. E, ad aggiungersi alle differenze, il fatto che sia anche il solo a non sapere assolutamente nulla del padre biologico, a non conoscere né la sua identità né il motivo della sua assenza.
Insomma, mentre quando era piccino a certe cose nemmeno pensava, e viveva sereno e appagato dall’affetto di nonna Olimpia, risoluta e amorevole, dalla compagnia di mamma Genna, emotiva e indaffarata ma attaccata e vicina, e perfino soddisfatto del rapporto con Leonora, non entrata ancora nel tunnel scorbutico dell’adolescenza, ora che è arrivato in quinta elementare le domande non fanno altro che affollarglisi nella testa.
E più le donne della sua famiglia sviano e tergiversano, più in lui aumentano bisogno e curiosità.

E così accade che Gauss diventi anche un po’ difficile. E che la mamma debba correre a scuola perché convocata dall’insegnante perplessa e preoccupata di fronte ad alcune esternazioni del ragazzino.
Perché lui, si sa, di bugie proprio non ne vuol sapere, di mentire non è capace, anche quando la verità allarma gli adulti o li fa sentire scomodi, come seduti sulle spine…

Per fortuna nella vita di Gauss non ci sono solo i silenzi e i non detti. E’ una vita invero molto colorata.
C’è Azzurra, la sua migliore amica e futura moglie, costretta per malattia e troppa ansia paterna a studiare a casa, ci sono i compagni di classe, gli amici di sempre e quelli che lo stanno per diventare, c’è il fidanzato di Leonora, una delle poche figure maschili di riferimento, ci sono la mamma e la nonna, punti saldi e di sostegno. E c’è perfino un inaspettato nipotino in arrivo, da attendere con ansia e speranza e già da difendere.
Un universo d’affetto, magari un po’ anomalo e rattoppato, forse non esattamente entro le righe, un po’eccentrico, difettoso, sempre a rischio di sbandamento e di esubero emotivo, ma pur sempre ricco, autentico e protettivo.

Gauss, con la sua parlantina, la tenera irriverenza, la risoluta genuinità, con il suo modo diretto e limpido di guardare al mondo e alle persone, con la sua arguzia, la determinazione, con il suo essere allo stesso tempo simpatico ed impertinente, strambo eppure perfettamente bambino, orgoglioso e bisognoso, fragile e pieno di risorse, è un protagonista al quale si vuol bene subito, poche pagine appena e già ci si ritrova a pensarla come lui, a provare le sue stesse simpatie e antipatie, a fare il tifo per i suoi improbabili piani e le sue raffinate indagini per scoprire l’identità paterna.
Ci si indigna e si palpita, si sorride (molto) e ci si meraviglia. Si cala un po’ il sipario del nostro essere adulti per immergersi in un’ottica infantile che è piena di spessore e di profondità, di verità anche scomode e che offre molteplici spunti tramite i quali rianalizzare il nostro rapporto con i bambini e il nostro bisogno di proteggerli.
Ma non c’è giudizio tra le righe di Silvia Tesio, infondo, nemmeno per gli adulti, basta che siano animati da volontà buona e da amore. C’è condanna invece per la codardia, per l’irresponsabilità, c’è rifiuto per chi agisce senza attenzione ai sentimenti e per chi scappa di fronte alle necessità della vita.

Nonostante sia Gauss, un ragazzino di dieci anni, il personaggio principale, e nonostante l’autrice ne renda la voce con naturalezza denotando un’accurata conoscenza, soprattutto emozionale, dell’infanzia, una parte dell’anima del romanzo resta fortemente femminile.
Appartiene a quelle donne che hanno alla fine sempre l’ultima parola sulla vita, che scelgono la nascita qualora la desiderino nonostante le difficoltà, cha sanno aprire il loro cuore all’imprevedibilità dell’esistenza, a quelle donne che pur lasciate sole sanno fare coro, che mettono al mondo figli per amarli.
E non importa che mettere al mondo sia l’atto fisico del partorire o quello simbolico dell’accogliere. Sempre di figli si tratta e tutto il resto, forse, son dettagli.

(età consigliata: dai 14 anni)

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