“Ranocchio trova un amico” di Max Velthuijs, Bohem Press

ranocchioamicocopGià in passato avevo avuto modo e piacere di raccontare del candido e generoso Ranocchio, personaggio nato dalla fantasia di Max Velthuijs, autore completo già vincitore, nel 2004, del prestigiosissimo premio internazionale Hans Christian Andersen.

Il simpatico e gentile animaletto verde, dalle sembianze antropomorfe e l’inconfondibile e buffo mutandone a righe, è il protagonista di una serie di albi illustrati dai profondi e sensibili temi pedagogici.
Lontani anni luce dall’essere didascalici, i libri di Velthuijs aprono invece uno squarcio attento e pertinente sulle emozioni e sui sentimenti dell’infanzia, trattandoli con rispetto e cogliendone lo spirito, senza l’arroganza di soluzioni facili e preconcette ma piuttosto la delicatezza – e la rarità – dell’empatia.
Già le peculiarità caratteriali di Ranocchio, che facilmente si evincono dai comportamenti nelle storie che lo vedono in azione, fanno capire che l’autore ha uno sguardo buono e accogliente verso il mondo bambino, che ne riconosce e ne apprezza l’ingenuità, la capacità d’accettazione, il potere della fantasia, che comprende il bisogno d’amicizia e condivisione e, allo stesso tempo, sa cogliere le difficoltà della crescita, la fatica di crearsi spazio e identità e di relazionarsi con gli altri.

Sono sette gli albi di Ranocchio già pubblicati dalla casa editrice Bohem Press e, tra essi, “Ranocchio trova un amico” è il più recente giunto sugli scaffali delle nostre librerie.
Il formato è ampio a sviluppo classicamente verticale, così come piuttosto tradizionale è la disposizione testo-illustrazione all’interno della facciata.
La seconda infatti è racchiusa da una cornice colorata, che ne delimita lo spazio, mentre il primo si colloca quasi sempre ordinatamente in basso, su poche righe e sfondo bianco.
Questa costruzione, che apparentemente può sembrare statica e priva di vervè, ha invece a mio parere diversi pregi.
Innanzitutto è rassicurante, permette al bambino, anche molto piccolo, di focalizzare l’attenzione e seguire le fasi del racconto senza fatica.
Metanarrativamente invece le figure acquistano l’aspetto e il significato di finestre, spalancate su un luogo altro specifico e precisamente fissato, che è quello della realtà fantastica raccontata.
Passando con lo sguardo attraverso esse, colui che ascolta – presumibilmente il bimbo – compie un passaggio che è solo suo, mentre la voce narrante – quella genitoriale o dell’adulto di riferimento – resta fuori, accompagnandolo ma non invadendo uno spazio che, metaforicamente, si mantiene aperto solo alla sua sensibilità e alla sua capacità, o desiderio, di immedesimarsi.
La scelta dell’autore quindi, oltre ad essere esteticamente pulita ed elegante, mi appare come l’ennesima nota di rispetto verso l’universo infantile, là dove il bambino viene inteso come artefice e protagonista della sua crescita, fisica come emotiva, senza però la nota di solitudine che tale chiave di lettura potrebbe richiamare.

La centralità dell’infanzia è inoltre sottolineata dalla specificità del racconto, il quale è profondamente legato allo spirito animistico dei piccoli e alla loro capacità, con la fantasia, di infondere vita ovunque anche là dove l’adulto vedrebbe e tratterebbe solo oggetti inanimati.
I temi poi, più genitoriali, della cura o quelli più psicologico-emotivi legati all’amicizia, all’abbandono e  alla scelta vengono affrontati comunque dal punto di vista dei bambini, grazie ad un loro perfetto alter-ego, Ranocchio, che non offre soluzioni ma emozioni in grado di avvicinarsi al loro animo e farli sentire accolti.

Il buon Ranocchio, durante una piacevolissima passeggiata autunnale nel bosco, trova, nel mezzo dell’erba alta, un orsetto dalla maglietta rossa e gli occhi tristi. Subito se ne prende carico, con slancio affettuoso e gioioso, decidendo di condurlo a vivere con sé.
ranocchioamico1Sono gli amici incontrati sulla via del ritorno – Porcello e Lepre, anch’essi dagli abiti e le posture umane – a fargli notare che il suo nuovo amico altro non è che un pupazzo di pezza. Inutile, a sentir loro, e nemmeno in grado di parlare.
Ranocchio non li ascolta e non accenna alla minima delusione: innanzitutto Orsacchiotto è capace di camminare benissimo, è evidente! E poi ci penserà lui ad insegnargli a parlare.

E così è. Ancor prima di sfogliar pagina, tutti noi lettori, grandi come piccini, lo sappiamo già: l’orsetto perderà velocemente le caratteristiche inanimate da peluche per prendere naturalmente vita.
Dapprima sarà abile nello stare seduto ben diritto a sorseggiare le minestre che Ranocchio gli imbocca e, dopo poco, imparerà a pronunciare le prime parole che l’amico, con pazienza gli insegnerà.

ranocchioamico2Come non vedere in questo passaggio, oltre a un delizioso tributo al potere dei piccoli di animare con l’immaginazione, anche un tenero riconoscimento del lavoro di cura e accudimento, della capacità che hanno l’amore e la pazienza di infondere vita, intesa in maniera più complessa, come universo emotivo interiore ricco e appagante.

Come si nota, queste di Velthuijs non sono formule magiche per la crescita, ma profonde chiavi di lettura che il giovanissimo lettore può interiorizzare e fare proprie, ad incrementare il personale bagaglio di esperienze e spunti di riflessione di cui l’infanzia, a dispetto di quanto credono in molti, è ricca.

Torniamo però alla storia. Orsacchiotto, una volta in grado di interagire e comunicare, diventa parte integrante dell’affiatata comunità degli animali, apprezzato e ben voluto da tutti.
Ma come in tanti percorsi d’avanzamento e scoperta, arriva il momento in cui il richiamo del fuori diventa irresistibile e l’animaletto si intristisce bramando di tornare al suo luogo di origine.
Desiderio di esplorare o richiamo delle origini e quindi ricerca della propria identità che sia, fatto sta che Orsacchiotto sceglie di partire.
ranocchioamico3Ranocchio, seppure amareggiato, comprende, non cerca né di trattenerlo né di dissuaderlo.
“Se mi ami, lasciami libero”, recitava un detto ed è certo che sia giusto così, perché passare ai bambini il valore dell’amore come libertà e rispetto è di fondamentale importanza, sia che essi si vedano come coloro che hanno il dovere di lasciar andare una persona amata, sia che si percepiscano come l’oggetto d’amore – in questo caso più propriamente genitoriale – che ha il diritto di spiccare il volo e scegliere, senza vincoli, la sua strada.

Ma il lieto fine, forse un po’ sentimentale ma rassicurante, è in agguato! Il piccolo orso, proprio nel momento di massima tristezza e nostalgia di Ranocchio, fa ritorno dichiarando all’amico tutto il suo affetto e asserendo che il luogo adatto a lui è soltanto quello dove possono essere insieme.

Ecco, noi noiosi lettori adulti saremmo già lì a criticare come melenso il finale giudicandolo magari non fedele alla realtà dei fatti. Ma i bambini non hanno alcun interesse, né traggono utilità, dalla realtà dei fatti e per loro una conclusione felice, ricca, che chiuda con gioia il cerchio degli affetti, che racconti all’inconscio impaurito che la separazione non è per sempre e che l’evoluzione di un abbandono non è necessariamente la solitudine, è di grande importanza.

Ed è indubbio che Ranocchio sappia dirlo. E nel suo mondo bucolico e colorato, semplice e diretto, gentile e delicato, racconta ai piccoli i passaggi sani, magari un po’ difficili, ma sempre positivi, del loro cammino di crescita.

(età consigliata: dai 3 anni)

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