“Il mio nome è strano” di Alberto Arato e Anna Parola, Lapis

stranocopTutti i bambini lo sanno: quando si è poco volenterosi nello studio, più lenti e pigri rispetto ad una fantomatica norma, e si tende ad una vivacità poco consona – spesso punta dell’isberg di rabbie mal gestite e mal espresse – è facile attirare le antipatie delle maestre, o perlomeno essere etichettati come “elemento difficile” o, peggio, usati come capro espiatorio dell’intera classe.

Poco importa infondo che dietro ogni comportamento ci sia una motivazione, che non esistano “bambini cattivi” ma soltanto “bambini arrabbiati” che sovente fanno le spese, con le risposte che ottengono alla loro condotta, di storie passate e situazioni vissute che non sono responsabilità loro.
Essere vittima e colpevole diventa sovente un tutt’uno confuso, complesso da sbrogliare perché non si può curare uno stato senza dover dare una risposta all’altro, con un effetto spesso amplificante dei sintomi e delle cause.

Può essere spiazzante quindi – ma anche divertente e illuminante – trovarsi davanti al pensiero e all’azione di un bambino così, poco gestibile e non troppo fruttuoso a scuola, come nel libro, da poco pubblicato da Lapis, “Il mio nome è strano”, scritto da Alberto Arato e Anna Parola.

Un racconto in prima persona, a tratti tenero a tratti spassoso – ma sempre alleviato da una carezza empatica frutto di uno sguardo attento e consapevole degli autori – delle vicende di Tedoforo, ragazzino di quinta elementare che, oltre al nome piuttosto strano, deve sopportare un maestra poco sensibile e una storia familiare piuttosto complessa.

Ted infatti – questo l’abbreviativo necessario dell’ altisonante nome – è stato adottato da quella che lui chiama la sua “mamma vera”, chiamata così per contrapposizione con la “mamma finta”, cioè la donna che lo ha abbandonato alla nascita, in un ribaltamento della prospettiva consueta che più che alla realtà dei fatti risponde a quella, ben più importante, del sentimento.
E, come se questo non bastasse a dare a un bambino un senso di abbandono innato con cui fare i conti, ci si mette pure il suo “papà vero”, cioè il marito della mamma vera, che ad un tratto decide di diventare “ex papà vero”, separandosi dalla moglie e pressoché sparendo dalla famiglia.

Per fortuna un grande affiatamento con la madre, affettuosa e disponibile, lo mette al riparo da derive troppo gravi del suo  – pur presente –  malessere, il quale trova le forme per manifestarsi principalmente a scuola, dove maestra Adele ritiene Ted sempre responsabile degli stati di agitazione che si verificano in classe e non contribuisce a farlo sentire ben accetto, né lo aiuta a migliorare un’autostima troppo bassa.
A suo di sgridate, note e visite dalla preside la donna vorrebbe sanare una situazione che avrebbe invece bisogno di comprensione, vicinanza e sostegno.

Non ha fatto però i conti con i poteri magici del ragazzino che, nel momento in cui la misura sopportabile viene passata, con un grande atto di sdegno sarà in grado di….far sparire l’odiata insegnate!
Cioè, non proprio farla dileguare nel nulla ma, complice tutta la classe – finalmente solidale con il compagno – la maestra, pur presente, verrà ignorata, non vista, non considerata…
Esattamente come lei ha fatto con Ted in tanti anni, non rispettando i suoi più profondi bisogni e non riconoscendo la sua vera natura e le sue motivazioni.

Sarà necessario l’intervento di una dirigente capace ed empatica per sistemare la faccenda.
La preside infatti, pur mantenendo il suo ruolo e la sua funzione educativa, saprà entrare in contatto con l’animo del piccolo protagonista, facendolo sentire finalmente compreso e considerato. E, perché no, anche importante e determinante.
Dissolta così la nube di cattivi umori e indifferenza – chiarito che anche coloro che sembrano più forti e fortunati possono celare debolezze e attraversare momenti difficili, non importa quanto rosee e perfette possano apparire le loro vite – Tedoforo finalmente potrà annullare l’incantesimo, riammettere la maestra Adele al suo ruolo e alla sua autorevolezza, sentirsi meno solo ed emarginato all’interno della classe e scoprirsi infondo non così sfortunato nell’ambito familiare.

Un piccolo e agile romanzo di formazione e crescita che, sostenuto da uno stile godibile e frizzante, racconta di “un’uscita dal guscio” e un’apertura alla vita e agli altri.
Ted imparerà a vedere se stesso e chi lo circonda, a non chiudersi nel suo dolore e nella sua rabbia, a osservare e relativizzare. Comprenderà che far sparire le persone, o scomparire agli occhi altrui con rabbie o cattivi comportamenti, implica un bel carico di sofferenza e conviene piuttosto mostrarsi, aprirsi e andare incontro agli altri, scoprendo così che infondo tutti hanno i loro lati bui e i loro lati assolati.
E apprezzando di più la propria vita, sapendola meno aliena e nefasta, anche il desiderio di andare contro sarà meno accentuato e la realtà più serena.

Pur non privandosi della soddisfazione di qualche piccola, gustosa e infondo innocua vendetta. Quando ci vuole, ci vuole!

Il libro è ricco di episodi gustosi e divertenti – come il soggiorno di Ted e la mamma nel campeggio dei nudisti o la cena del bambino con la fidanzata del papà – che rendono la lettura piacevole e leggera e contribuisco a conferire ingenuità, candore e insieme arguzia e vitalità al giovanissimo protagonista, e a renderlo simpatico agli occhi del lettore.

Anche la forma grafica del testo risulta accattivante, con passaggi in grassetto o evidenziati in azzurro, frasi ripetute in cima o in calce alla pagina e le piccole illustrazioni in bianco e nero di Francesca D’Ottavi.

(età consigliata: da 8 anni)

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4 pensieri su ““Il mio nome è strano” di Alberto Arato e Anna Parola, Lapis

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