“Lison ha paura” di Perrine Ledan e Lotte Bräuning, Topipittori

Un albo molto raffinato ed originale, come nella tradizione della casa editrice che lo pubblica: la Topipittori di Milano, sempre all’avanguardia con scelte editoriali ricercate e mai banali, caratterizzate da una grande cura nelle illustrazioni, nei testi, nella veste grafica e nella costruzione dei libri.
Un “marchio di fabbrica” che fa sì che mi rivolga sempre con molta attenzione alle loro pubblicazioni, certa di trovare, quasi sempre, dei buoni prodotti.

Non poteva mancare quindi un loro libro nella mia, ormai nota, collezione di testi che affrontano l’emozione della paura, indagata da me in lungo e in largo da quando il mio secondogenito ha fatto suo il tormentone “mamma, ho paura!”. Spesso, come la protagonista dell’albo, senza saperne la causa.

Lison, vestita con un curioso costume da animaletto, è nel suo letto ma qualche timore la tiene sveglia. Confida quindi il suo stato d’animo alla mamma, che, prontamente, le chiede cosa le faccia paura. Ma la bambina non sa rispondere. La mamma allora azzarda: si tratta forse del lupo? Ma no! Lison è pronta a controbattere che il lupo abita lontano, nei boschi e in fondo è anche un simpatico animaletto.
Ma l’ansia non se ne va. La bambina è quindi costretta a rivolgersi via via a tutti gli altri componenti della famiglia: il papà, la nonna, il nonno, lo zio, il fratello maggiore, la sorella, perfino il bebè di casa….A ciascuno di loro manifesta la sua emozione un po’ indefinita e da ciascuno riceve un’ipotesi da smontare.
E’ forse la strega cattiva a spaventarla? Oppure i fantasmi? Per caso teme il buio? O gli animali notturni? O, addirittura, la morte?
Lison non teme nulla di tutto ciò, per ogni presunto motivo di paura ha una simpatica e intelligente, un po’ realistica e un po’ fantastica, motivazione di diniego.
All’irrazionale emotivo della paura contrappone la sua natura di bambina, come un chiaro di fronte allo scuro, come la positività di fronte alla negatività.

Il risultato è che l’insieme dei timori che turbinano spesso nell’animo dei nostri bimbi vengono smontati, in maniera divertente e molto “bambina”, favorendo un’immedesimazione del piccolo lettore  nella protagonista sia quando prova paura  sia quando assolve le cause suggerite.
E, cosa importante, senza che l’emozione venga negata, né ridicolizzata, ma solo trasformata. Ogni oggetto d’ansia viene semplicemente visto nella sua parte buona, positiva, non viene annullato, né ridicolizzato.
Il piccolo si sente quindi rispettato nei suoi sentimenti, anche in quelli più irrazionali.
Anche perché non è l’adulto che, come avviene di consueto, ribadisce che mostri, fantasmi, lupi o quanto altro non spaventano, ma è una bambino come lui. E ciò contribuisce a tranquillizzare, comprendendo che la paura è universale, fa parte dello sviluppo e tutti prima o poi ne provano un po’.

Inoltre la narrazione – tutta giocata sul dialogo, in un botta-e-risposta veloce e simpatico – sottolinea anche l’importanza della condivisione. Parlare delle proprie inquietudini, e avere chi le accoglie, è motivo di conforto, di cura. E dopo – oplà! – come per magia la paura svanisce. Tanto che non ci si ricorda più nemmeno il perché, di quella strana emozione appena provata!

Ho solo una perplessità sul libro e riguarda la modalità con cui è stato scelto di affrontare uno dei timori più complessi (perché non solo del piccolo ma anche dell’adulto): la paura della morte.
Lungi da me ritenere che con i bambini non si debbano affrontare temi complessi e spinosi. Credo, al contrario, che con le giuste parole, la necessaria delicatezza e l’adeguata sensibilità, si possa, e si debba, parlare di tutto. Perché spesso il tabù appartiene al grande e non al bambino.
Però qui si è scelto di affrontare la questione, dipingendo il morire come una condizione quasi desiderabile. Comprendo la volontà di annullare in tal modo l’angoscia ma ritengo che si sia operata una forzatura, e probabilmente un’esagerazione che mi lascia un po’ perplessa. Avrei usato un diverso registro, seppure rassicurante. Ma sono pronta ad essere smentita.

Per il resto le illustrazioni dell’albo sono molto interessanti.
Prevalenti i toni dei grigio-neri e del marrone, tutti sfumati e tratteggiati a pastello con un tocco impressivo ma delicato.
Le ambientazioni sono un po’ surreali, quasi oniriche, con la presenza di molti simbolismi. Un modo di raffigurare che si fa psicologico per portare su carta le emozioni , chiare, scure o intrigate che siano.
Disegni che vanno indubbiamente guardati e riguardati, per coglierne atmosfere e dettagli; e anche gli elementi divertenti, giocosi e teneri che qua e là sono disseminati.
Illustrazioni che educano ad un modo di rappresentare non convenzionale, ma creativo, profondo ed evocativo, senza però perdere l’accessibilità e la chiarezza.

(età consigliata: dai 5 anni)

Se il libro ti piace, compralo qui: Lison ha paura

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3 pensieri su ““Lison ha paura” di Perrine Ledan e Lotte Bräuning, Topipittori

  1. Buongiorno Federica, e grazie per la recensione. Riguardo al suo dubbio, le autrici sono – a nostro avviso giustamente – convinte che la morte sia una condizione desiderabile in quanto naturale. E non è strano che sia il più anziano, della famiglia, il nonno, il più vicino alla morte, quello consapevole della naturalezza, più che dell’ineluttabilità, di questo evento. A nostro avviso, il problema è che la rimozione della morte dalla vita quotidiana (se non attraverso l’enfasi e la spettacolarizzazione dei mezzi di comunicazione di massa) abbia una grande responsabilità riguardo alla “paura della morte” di bambini e adulti (più dei secondi che dei primi). Chi muore, oggi, scompare. Al punto che settimana prossima festeggeremo Halloween e non la Festa dei Morti. Questa necessità di sterilizzazione e di separazione crea assai più disagio (un disagio artificioso) di un nonno che afferma, molto plausibilmente di considerare la morte una condizione desiderabile. Sono convinto, almeno per quel che mi riguarda, che verrà il momento in cui la desidererò anch’io. In proposito, le suggerisco di andare (anche con eventuali bambini) a vedere a teatro “Diario di Maria Pia”, di e con Fausto paravidino

  2. Caro Paolo, la ringrazio molto per il suo commento, con il quale concordo. Concordo profondamente con l’osservazione che la morte debba essere trattata, anche con i bambini, come una condizione naturale, che la sua rimozione (tipica della cultura occidentale) non possa che fare danni e lasciarci ancora più “scoperti e indifesi” di fronte a questo evento, qualora accada intorno a noi. Concordo anche sul fatto che un nonno (e apprezzo la scelta delle autrici di affidare all’anziano il tema della morte) la possa desiderare come compimento di una vita piena e oramai compiuta. Ciò che nell’albo mi ha lasciata perplessa (se l’ho ben compresa) è che anche la bambina dica di non vedere l’ora (o qualcosa di simile) di sperimentare tale condizione. Solo questo avrei evitato, perchè la bambina la vita ce l’ha ancora tutta davanti. Magari ho frainteso, ed in fondo è solo un particolare di fronte al pregio importante, del libro, di avere il coraggio di affrontare il tema della morte. Spero che la mia recensione non sia fuoriviante. Ritengo il libro un ottimo spunto anche per poter parlare serenamente con i bambini del morire. Grazie e a presto, Federica

    • Federica, la sua considerazione non è affatto fuorviante. È una interpretazionme argomentata e grabatissima. Io, in quell’adesione bambinesca di Lison, leggo più un desiderio di “stare con” che un desiderio di morte. Un “anch’io” come, da piccoli e da grandi, ne abbiamo detti tanti, solo per il piacere di essere con e come l’altro. Grazie di nuovo per l’apprezzamento e per la critica: è attraverso queste riflessioni che possiamo fare meglio ciò che ci sembra di far già abbastanza bene.

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