“Lasciami andare” di Fulvia Degl’Innocenti, Fanucci

L’ultimo romanzo di Fulvia Degl’Innocenti mi ha rapita. Mi ha presa e mia ha trascinata nel cuore pulsante di una storia forte, dura, emozionante. Di una storia che tocca corde vibranti, temi importanti e dolorosi, affrontati con sensibilità e delicatezza, ma anche con coraggio e vivida determinazione.

Un’autrice che indubbiamente brilla per capacità di introspezione, per saper guardare nell’animo dei suoi personaggi e dipanarne matasse di sentimenti ingarbugliati, per rendere il lettore spettatore partecipante di crescita e conquiste emotive. Il tutto con la lucida consapevolezza di quanto complesso sia il cuore umano, quante le contraddizioni, gli ostacoli, i dolori, i timori, le zone d’ombra, cui ciascuno va incontro quando decide di fare i conti onestamente con la propria storia e il proprio vissuto.

Eleonora ha sedici anni e vive con il padre a Milano. Non è però nata nella grande città: lei e il genitore vi si sono trasferiti circa quindici anni prima dal loro paesino di origine, in Basilicata.
Sono emigrati poco dopo la morte della madre della ragazza, verificatasi per un incidente avvenuto in circostanze poco chiare. L’uomo, con la bambina praticamente in fasce, ha deciso di reinventarsi una vita nel ricco nord, per non dover fare i conti con le malelingue, i sospetti e i ricordi.
Vita comunque difficile: un lavoro duro come muratore, lo spettro della bottiglia sempre in agguato e una convivenza silenziosa e fredda con una figlia ruvida ed introversa.
Eleonora è infatti diversa dalle sue coetanee: niente trucco, vestiti alla moda e aspirazioni da soubrette. Lei è alta e robusta, veste da maschiaccio, tira pugni in una palestra di kick boxing, ha un grande talento per il disegno e la pittura e il suo migliore amico è Pietro, un giovane venditore ambulante con sangue rom nelle vene.
Una sera come tante che padre e figlia trascorrono in casa, un episodio di cronaca ascoltato in tv accende nell’uomo un incontenibile moto di rabbia diretto verso la ragazza.
E’ l’inizio: nella mente di Eleonora cominciano a farsi strada dubbi e domande sul suo passato, così urgenti da non poter più essere rimandate. E’ necessario indagare sul passato e, visto che il genitore rifiuta qualsiasi confronto sulle vicende relative alla morte della moglie e sul paese di origine, è il caso che la giovane protagonista faccia luce in autonomia.
Aperta la prima porta non è più possibile tornare indietro. Una concatenazione di rivelazioni dolorose e sconvolgenti attende Eleonora non appena la polvere che giace sulla sua storia viene mossa. Un quadro che si va velocemente delineando portandola a fare i conti, non solo con le sue origini, ma anche con la sua identità e con i sentimenti verso chi le sta accanto.
Per andare fino in fondo bisogna intraprendere un difficile viaggio, non soltanto nel tempo ma anche nello spazio, spingendosi fino nella profondità dei montuosi territori lucani, là dove tutto ha avuto inizio e dove si può trovare, forse, il bandolo della sua personale intricata matassa.

“Ad andare a scavare nell’orto dei vicini ai può trovare la serpe”, la frase dell’anziana vicina Rosa, ciò che di più vicino ad una figura materna Eleonora possiede, risuona come un monito.
Ma la ragazza è ben conscia, invece, che la serpe va trovata, affrontata, nella migliore delle ipotesi magari uccisa, perché solo in questo modo sarà per lei possibile guardare con fiducia al futuro, alla realizzazione dei suoi sogni e ricominciare a credere nella sua, seppur minima, famiglia.

Più volte durante la lettura di “Lasciami andare” mi sono chiesta se fosse un romanzo per ragazzi. La risposta che mi sono data è no, il libro di Fulvia Degl’Innocenti è per tutti, giovani o meno giovani che siano.
E’ una storia per adolescenti perché ha i tratti di un percorso di crescita a formazione, perché ha una protagonista forte e coraggiosa, un interessante modello di giovane donna che non risponde agli stereotipi comuni. E’ per ragazzi perché l’autrice è molto brava ad indagare negli animi in tumulto dell’età difficile, è abile nel seguire i saliscendi degli umori che spesso si arrendono alla rabbia, alla furia che non accetta la realtà perché troppo distante da come dovrebbe essere. Colpisce come sia facile seguire tra le pagine del romanzo, emotività e sentimenti della protagonista, la naturalezza con cui si manifestano al lettore, pur nella loro complessità.
Ma è anche una storia per tutti perché i temi toccati sono universali e importanti, sia là dove si racconta il rapporto ostico, tutto fatto di silenzi e non-detti, povero di manifestazioni affettive, tra padre e figlia, sia là dove si affrontano, con realismo ma con attenzione e sensibilità, senza giudizio, le ombre scure, spesso taciute nella società dell’apparenza, della maternità.

Non voglio, per troppo entusiasmo, svelare ai lettori passaggi del romanzo che potrebbero rovinare loro la lettura. Posso solo dire che ritengo che molti di quelli che si approcceranno a queste pagine, anche e soprattutto adulti, vi troveranno qualcosa in grado di toccarli, di farli sentire emotivamente partecipi.
Ne usciranno però, tutto sommato, rinfrancati. Perché Eleonora riuscirà a compiere con successo, seppure con fatica e sofferenza, il suo percorso di crescita e di liberazione. Tra i monti della Basilicata, nel villaggio oramai quasi fantasma dove è nata, troverà la sua storia, le risposte. Con l’aiuto di un nuovo amico e primo amore, uno che come lei “viaggia in direzione ostinata e contraria”, riuscirà a riscostruire se stessa e ad aprire le porte alla possibile realizzazione delle sue aspirazioni e dei suoi sogni.
E potrà anche rimettere in piedi, cosa non meno importante, il rapporto con il padre, basandolo su fondamenta più sincere e affettive.

Ho apprezzato molto, durante la lettura, anche lo stile dell’autrice. Sentito, efficace e profondo senza perdere in scorrevolezza, chiaro e incisivo, capace di far sentire il lettore davvero dentro la narrazione. Nella seconda metà del libro la storia si arricchisce anche del punto di vista del papà di Eleonora che, reso in prima persona con pathos ed intensità, permette di rendere più chiaro e completo il riavvicinamento finale tra i due.

(età consigliata: dai 14 anni)

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