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Il romanzo di Antonio Ferrara – vincitore quest’anno del Premio Andersen nella categoria d’età “maggiore di 16 anni” – affronta un argomento difficile e spigoloso: il disagio giovanile.
E lo fa in maniera dura, incisiva, toccante, ma senza alcuna concessione a facili moralismi e non rinunciando a regalare, qua e là, punte di comicità.
Pur non offrendo facili soluzioni, la storia si apre ad orizzonti di speranza ed ottimismo, riuscendo ad insegnare senza assumere toni didascalici e a mostrare una via d’uscita là dove le situazioni appaiono disperate.
In gran parte incentrato sulle relazione e le interazioni tra i personaggi, il racconto è dato in prima persona dalla voce del giovane protagonista. Il lettore si trova così ad apprendere, interpretare ed affrontare i fatti così come farebbe il ragazzo narratore, con la stessa rabbia, la stessa disperazione e, via via che la storia trova il suo svolgimento, con la stessa timorosa speranza in un cambiamento, ritenuto, fin quasi alla fine, quasi impossibile.

Perchè Angelo, dodicenne difficile e scontroso, è da sempre abituato ad essere ritenuto cattivo. Lo ripete, ne fa il suo mantra: a casa, nel quartiere, a scuola…nessuno l’ha mai considerato diversamente. Lui è il ragazzo che combina i guai peggiori, che organizza gli scherzi di maggior cattivo gusto, che trasgredisce tutte le regole, che non obbedisce, non studia e manca di rispetto. E il motivo di tutto ciò è semplice e presto spiegato: Angelo è cattivo. Tutto qui.
Fino a quando l’ennesima bravata non gli sfugge di mano con il risultato di spaventare la professoressa di inglese tanto da procurarle un infarto mortale.
Il limite è superato: Angelo viene spedito in una piccola comunità di recupero, isolata da tutto e guidata da padre Costantino, prete creativo, originale e che applica uno spiazzante metodo educativo. Il ragazzo infatti è abituato da sempre ad essere rimproverato e castigato dagli adulti, è assuefatto alle paternali, alle minacce, perfino alle percosse di un genitore violento. Quello che proprio non si aspetta è di essere trattato con allegria, fiducia e positività. Ad essere accolto, visto, a non essere punito, ad avere qualcuno accanto che crede ciecamente nella sua possibilità di cambiamento.
Padre Costantino, che dipinge bizzarri ritratti nei quali non riproduce ciò che è ma ciò che sarà, che ha sempre il sorriso sulle labbra, che è pacato e gioviale, riesce a disorientarlo totalmente suscitando in lui dapprima sentimenti di rabbia e rifiuto ma, successivamente, offrendogli il terreno più fertile e la giusta influenza per una profonda trasformazione.
E non soltanto a lui. Nella comunità sono presenti anche altri tre ragazzi: Nicola, che ha un passato da alcolista, Leo, scappato da casa e dedito ai furti, e Mara, quindicenne violentata e incinta. Ognuno, con alti e bassi, alla ricerca di una nuova via, di una vita da reinventare. Ciascuno riceve una missione da perseguire, un sogno scelto a seconda delle inclinazioni e delle aspirazioni personali, che diviene la traccia per una possibile esistenza futura.
Perchè – il libro ci insegna – per guarire dalle ferite e riscattarsi non servono castighi, obblighi e sermoni, bensì una passione, un interesse forte, la volontà e la fiducia di chi ci è intorno. In poche parole tutto ciò che stimola la rinascita dell’amore e della stima verso se stessi, nella convinzione che chi arriva a buttarsi via e a fare del male non è di certo perchè cattivo, bensì perchè non è stato amato, riconosciuto e non ha mai percepito sè e la vita come beni preziosi.
Purtroppo non tutti i ragazzi arriveranno a compiere il percorso con successo: dolore e sfiducia sono sempre in agguato e la riconquista del proprio spazio è una lotta difficile.

Un libro commovente e prezioso. Anche – e forse soprattutto – per genitori ed educatori alle prese con ragazzi difficili, intrattabili, spesso bollati velocemente come teppisti o delinquenti. E per giovani dominati da rabbie forti e convinti di essere sbagliati.
Per comprendere che nessuno è cattivo e tutti hanno diritto ad una seconda possibilità.

Lo stile di Ferrara è secco e diretto, veloce e colloquiale; utilizza espedienti e modi del gergo giovanile senza scadere in forme omologate e mantenendo sempre un buon livello letterario. Anche i capitoli sono brevi e dividono la storia in tante piccole e incisive istantanee che risultano fortemente impressive.
La narrazione è coinvolgente, emozionante, ma anche scorrevole e gradevole. L’ingenuità e la semplice profondità del ragazzo narratore regalano al lettore molti passaggi divertenti con alcuni tocchi poetici.
Bello e vivo, perfettamente delineato, è il personaggio del sacerdote, con la sua allegria, ma insieme la forza e l’intelligenza, offre un esempio di comportamento positivo ed incoraggiante.

(età consigliata: dai 14 anni)

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